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Recensione ‘Post Office’ di Charles Bukowski

Molti lo definiscono ‘tossico’,’depresso’,’violento’,’bipolare’,’ossessivo’ e lo associano, inoltre, ad una corrente letteraria denominata REALISMO SPORCO (I personaggi tipici prevedono sempre il ritratto di esseri volgari o di conformisti che conducono vite convenzionali) in realtà, dopo aver letto POST OFFICE – pubblicato per la prima volta nel ’71- ho pensato alla precisione delle sue parole, descrizioni dettagliate anche se delle volte confusionali facevano da cornice a tanti avvenimenti, tutti facenti parte della stessa storia e che, sopratutto, ruotavano intorno la figura del POSTINO.

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Il protagonista che, più volte nella sua vita, si troverà inspiegabilmente a lavorare sempre come ‘addetto alla consegna della posta degli Stati Uniti d’America’, è vittima, apparente, di una serie di avvenimenti che, ruotano intorno l’alcool, il sesso, la sfortuna dei postini e… le corse dei cavalli! Chiaramente, come molti sapranno, Bukowski ha avuto un’infanzia molto tumultuosa, alcool e violenza facevano parte dei suoi primi anni di vita e, questo aspetto, trapela nella sua scrittura, si trasforma in parole e racconta storie: I tratti biografici si notano in qualsiasi sua espressione.

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La storia è dettagliata, spiritosa e sopratutto fresca, fugace e di piacevole lettura, per chi non snobba il linguaggio ‘volgare’.

Per chi, invece, ama il linguaggio classico, non credo possa esistere un romanzo di Bukowski senza un forte linguaggio, perchè questo, a chi piace o no, è il suo tratto peculiare e perchè no, speciale!

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Editore TEA, prezzo di copertina 9,76euro

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