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Jack Russel? Io dico Sì

Nei messaggi della pagina Facebook del Blog di Eleonora Marsella mi ritrovo spesso a leggere tanti quesiti, dai più svariati che, lettori e non, mi pongono in privato.

Il topic più frequente è sicuramente quello legato ad Africa, la mia jack russel terrier di 5 anni.

 

“Può vivere in un appartamento?”

“Non sarà una razza troppo attiva?”

“Vanno perennemente a caccia, non è vero?”

“Dorme nel letto?”

“Non perderà troppo pelo?”

“E con i bambini è un cane delicato?”

 

Adesso vi racconto la nostra storia.

Durante il secondo anno universitario decisi di prendere un cane mio, un cane che fosse la mia ombra. La mia famiglia ha sempre avuto cani e gatti, sono dunque cresciuta con l’amore per gli animali di qualsiasi genere. (Tranne per i serpenti, ma questo è un altro discorso).

 

Io sono una persona iperattiva, energica, sportiva (a tratti), amante della natura, tendenzialmente non sto mai ferma, sono molto curiosa della vita e questo m’ha portato ad effettuare una ricerca in internet.

La ricerca dei caratteri dei cani, caratteristiche, problematiche e informazioni varie.

 

Morale della favola? JACK RUSSEL e non se ne parla più!

Qualche mese dopo, cerco e trovo una cucciolata, mi metto d’accordo, vado a prendere Africa al sessantesimo giorno e torno a casa con la mia compagna per la vita.

 

Sono Salentina e i primi anni Africa ha vissuto in campagna. Tre anni fa, poi, mi trasferisco a Roma e non c’è ombra di dubbio: Africa viene con me.

 

Da una casa in campagna a un appartamento di 60 metri è un attimo e il cane è esattamente come te: si adatta, si plasma, diventa conforme alla tua vita.

 

Alla domanda più frequente “Può un jack russel vivere in un appartamento?”, la mia risposta è “Sì, un cane in appartamento può vivere ma…”.

ESEMPIO REALE

Tutti i cani sono attivi e vivaci, il Jack Russel non è solo attivo, vivace ma è anche

  • AUDACE
  • CORAGGIOSO
  • IPERATTIVO
  • INSTANCABILE
  • INDISTRUTTIBILE
  • SUPERLATIVO

 

Ok, penserete che sono di parte ma posso assicurarvi che non è assolutamente così.

La mia famiglia, amante di animali da sempre, ha avuto diversi cani, di diverse razze come pastore tedesco, dalmata, amstaff e tanti trovatelli, i jack russel, però, superiori, c’è poco da fare. Però ritorniamo alla domanda iniziale, dell’appartamento.

 

Un jack russel può vivere in appartamento se e solo se però le occasioni di USCITA sono varie e – preferibilmente- lunghe.

A Roma, per esempio, io e Africa usciamo in media 3 volte al giorno, alcuni giorni siamo sempre in giro, altri giorni – se piove per esempio- rimaniamo un pò di più in casa ma la media è sempre quella.

No, non è così difficile, come si può pensare, certo, il lavoro che svolgiamo può esser decisivo sulla vita dei nostri cani, ed è quì che entra in gioco il nostro SPIRITO ORGANIZZATIVO.

Io e Africa la mattina usciamo insieme, andiamo al mercato, se ci sono compere da effettuare ci andiamo a guinzaglio e spesso e volentieri ci fermiamo al Conad per effettuare la spesa. (Sì, perché ci è concesso entrare).

 

Quando rientriamo, in mattinata, vado a lavoro, incontro persone, vado in radio, insomma la quotidianità va avanti e quando rientro a casa, ovviamente, qual è la prima cosa che si fa? SI VA A CORRERE INSIEME.

PREMESSA: NON ho mai amato il footing, la corsa e affini ma da quando io e Africa viviamo insieme a Roma (tre anni), la corsa diviene il nostro momento della giornata dove ci si sfoga, insieme. Io sfogo i pensieri e lei annusa, corre, insegue, va a caccia e – ovviamente- si torna a casa piene di fango come se non ci fosse un domani. E il portinaio ci FISSA, ma questo è un altro discorso 🙂

 

LATO POSITIVO? Attività fisica che- senza Africa- non avrei fatto.

 

La sera, poi, si riesce insieme. Frequento pub in zona casa mia, a Roma, dove Africa è ben accetta, quindi viene con me e le mie amiche. Accanto a me, paziente, attende che la sua ‘mamma’ termini l’amaro o il dolce e poi si ritorna a casa.

Tantissime persone mi dicono “Ah come sei fortunata! Il mio cane non starebbe mai così buono, educato, seduto in un locale”!.

Io non penso sia questione di fortuna ma di pazienza. Mi spiego meglio.

Africa esce insieme a me da sempre, sin dai primi mesi, siamo perfino partite insieme per dieci giorni, dunque, è abituata a star con me DA SEMPRE, perché non dovrebbe star tranquilla? Certo, a volte si stanca, durante l’arco della sera a star ferma ma è facile: ti alzi, le fai un giro fuori e se ti va rientri nel pub.

Il cane ha le tue stesse esigenze: comprenderle non è così complesso.

 

DUNQUE

Può dunque un jack russel vivere in appartamento? Certo, TUTTO dipende da te.

 

E tu, hai un jack russel? Vivete insieme in un appartamento in città o immerse nella natura? Raccontami la tua esperienza!

 

 

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Chi è l’uomo?

Il punto è che un “uomo” che ti mette davanti ad una scelta, non è un uomo. – E questa è una cosa certa-

Come quando devi decidere se far carriera o far famiglia: che cavolo significa? Che scelta è? Ma la vera scelta dove risiede?

Sono sempre più convinta che- questa- sia l’era delle DONNE.
Il momento storico giusto dove una donna può dire “Ao, io una famiglia non la voglio, non è nella mia natura perché preferisco esplorare il mondo, lavorare, incontrare, non eclissarmi, come vorresti tu o come sei stato abituato TU”.

Il punto è che si può star bene in due, se si sta bene da soli, la vera sfumatura da cogliere è proprio questa, risiede nella completezza personale non in quella di coppia. Che poi, tutte ‘ste coppie che vedo in giro infelici, arrabbiate: che ci fate? Il passato di verdure?
Ed ancora, una leggenda GIAPPONESE narra che quando il vaso si rompe, i cocci si mettono insieme, un filo color d’oro poi esalterà le crepe in futuro.
Se le crepe esistono è perché qualcosa si è sfaldato e questo non è certo UN VALORE AGGIUNTO ma QUALCOSA IN MENO che è venuto a mancare.

Star con una persona vuol dire TROVARE nel soggetto un valore aggiunto, per la nostra vita, quando questo non accade è perché il determinato soggetto non aggiunge MA TOGLIE.

Ecco perché io ammiro chi sa dire di no. Chi RIMANE da solo oggi perché non ha paura di un futuro diverso da come lo aveva immaginato.
Perché quando DICI DI NO ad un’esistenza opaca, triste, confusa di oggi STAI SOLO rispettando la TUA PERSONA DI DOMANI.

La foto è rappresentativa della mia esistenza: io che guardo davanti e non ho paura di nulla.

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Lo scatto è di Federica Feddie Girardi, i meravigliosi capi sono di OUTFITFABIANA che m’ha reso donna, coi mesi a venire, e i capelli sono stati ordinati da Francesco la Vigna

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La vita è un porto di mare

La verità è che son tutti bravi a stare bene con chiunque.
Il punto è che la vera difficoltà, se così si può definire, è star bene da soli e una volta che ci riesci, hai praticamente vinto tutto.
 
L’approccio con il prossimo assume un altro colore.
Assume una nuova forma perché i tuoi occhi, insieme alla tua mente, filtrano chi hai dinnanzi e col tempo sviluppi una capacità tale da sapere, in poco tempo, se può far per te o meno. E sei capace di ciò per diverse ragioni: hai sviluppato una capacità di sintesi singolare e personale, il tuo bagaglio d’esperienze si allarga e sopratutto la tua persona diviene un porto di mare.
Un porto dove tutti vogliono sostare ma dove pochi riescono a farlo.
 
Possiamo quasi immaginare la nostra vita in bianco e nero, le persone portano nella nostra realtà una tavolozza di colori dove siamo noi, probabilmente, a decidere se possono attingere o meno.
 
Perché la vita è un porto di mare: decidi tu, solo tu, se andare via o restare.
 
EM

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Con il #Malleolorotto son ritornata a chiedere..

Quando mi son rotta il malleolo, il 28 Ottobre verso le 17, non avevo ben capito la gravità della questione.

Son caduta in un parco di Roma, nella mia zona preferita, l’Eur, mentre ero con Federica, la fotografa del Blog, si parlava di lavoro, relazioni e poi puff, son caduta. Le foglie custodivano una buca con dell’asfalto crepato e il mio piede è andato a vuoto. Così è nata la mia frattura scomposta al malleolo esterno.

Così dopo ore e ore al pronto soccorso, dove tra l’altro non c’erano neanche sedie a rotelle per noi sfortunati, torno a casa a Roma con un bel gesso fino al ginocchio.

Il giorno dopo realizzo che l’unica cosa che posso far è cucinare, quindi vado in cucina e cucino da seduta.

Il giorno dopo però al controllo mi dicono che devo operarmi, effettuo la chiamata a casa, mia madre mi manderà qualcuno a prendermi, mi opererò giù in Salento e così accade poi, perché ad oggi vi scrivo dal mio divano di Maglie, sono stata operata martedì e ieri- come se non bastasse- ho effettuato la trasmissione radiofonica con l’immancabile Maurizio Costa. 

 

Torno a casa da mia madre a Maglie, torno ed è un viaggio non preventivato. Torno giù e annullo il mio viaggio di lavoro e amicizia a Milano, annullo un evento culturale di metà mese e mi annullo, per un paio di giorni, giorni in cui rifiuterò di aprire il mio immancabile MacBook.

 

Torno a casa e divento subito piccola.

Torno a casa e mia madre mi sistema le lenzuola, la mattina e la sera mi aiuta a lavarmi, mi chiama la parrucchiera, per sistemarmi i miei lunghi capelli, perché come dice lei “Ele, non li hai mai avuti così lunghi” e io sorrido, guardando i suoi corti capelli biondi.

In ospedale, dopo l’operazione, sto male, la mamma si spaventa e pensa subito a cosa poter fare. Tutto questo a Roma non sarebbe potuto succedere.

 

Melissa P. pettinava i suoi capelli con 100 colpi di spazzola. A me, 100 colpi non servono o forse non basterebbero perché in fondo non ho problemi ma pensieri, che a volte bucano il cuore ma mai la mia testa e mia madre, in ospedale, si divertiva a districare proprio quei nodi.

 

Il chirurgo m’ha detto “Eleonora decidi te quando abbandonare le stampelle e il tutore portalo sempre nei mesi a venire, anche e sopratutto quando ricomincerai a correre!”

“Dottore ma quando posso andar via a Roma?”

“Quando te la senti!”

 

E così torno a casa dopo l’operazione, le due notti a seguire non dormo e ieri, dopo aver fatto la trasmissione Maglie-Roma per #StazioneLetteraria, ricevo tantissimi sms di persone che si congratulano per la grinta, la tenacia dimostrata.

“Ele, il giorno dopo l’operazione sei già operativa, c’è dell’incredibile”!- mi scrivono

E sorrido, perché non c’è nulla di incredibile, è la normalità, la mia realtà dettata dalla mia voglia di lavorare sempre, perché amo i libri, le persone e non ne posso fare al meno.

 

E così dopo 12 giorni dalla vicenda penso e lavoro, e penso, penso e ripenso veramente tanto.

Non credo sia un caso la rottura del malleolo.

Forse è stato un modo come un altro per dirmi che dovevo rallentare, stavo facendo troppe cose, troppe cose insieme. Correvo, correvo sempre, non sprecavo mai tempo, nemmeno quando pranzavo. Anzi, ho un’immagine impressa di me, seduta, a consumare il pranzo mentre sulla destra con in mano una penna facevo la lista delle cose da fare dopo. Facevo troppe cose e adesso mi son arrestata. 

 

La parte destra del corpo è quella del cervello, la parte sinistra quella del cuore.

Mi si è fermata la parte della mente, dei ragionamenti, dei legami consequenziali.

Mi son fermata e adesso è la parte sinistra che comanda.

Quando cammino, metto avanti la sinistra, idem quando scendo dalla macchina anche se, in quest’ultima azione tendo sempre a mettere avanti il piede operato, ovvero il destro.

E avviene, secondo me, perché Io SONO il mio CERVELLO, perché fa parte di me, è ciò che ho sempre utilizzato di più, è ciò che mi vien più facile utilizzare.

Il cuore l’ho abbandonato negli ultimi tempi. E è avvenuto in maniera piuttosto spontanea. Si è creata una leggera patina arida sul mio cuore che, sono certa, prima o poi cadrà. Quando lo deciderò io.

 

Ed ecco cosa ho imparato, con una malleolo rotto non puoi:

 

  1. Lavarti da sola
  2. Stendere la lavatrice
  3. Guidare (ovviamente)
  4. Farti la doccia
  5. Vestirti in tempo record
  6. Andare e venire dal bagno quando meglio credi
  7. Portare il Macbook con te dalla camera alla cucina
  8. Prendere l’acqua, con in mano le stampelle e spostarti…

 

L’elenco potrebbe non finire mai, alla fine con questo malleolo rotto ho imparato a rallentare, perché non ho altre alternative.

E son ritornata  a casa, con mia madre che mi lava, mi pettina, mi rimbocca le lenzuola, mi accompagna in giardino, mi infila il calzettone, mi prende le medicine….

Son ritornata a chiedere, cosa che avevo dimenticato, cosa che avevo abbandonato…

Son ritornata.. da mia madre.

 

 

Questa foto è di oggi, due giorni dopo l’operazione.

Perchè con le cure della propria famiglia, si guarisce prima.

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Caro Direttore, le guance son finite..

Quando frequentavo il terzo, quarto e quinto anno delle scuole superiori, avevo un rituale che si svolgeva ogni mattino: mettevo fuori il mio mitico kymko dal garage, andavo in edicola a comprare un qualsiasi quotidiano e mi dirigevo, poi, a scuola.
L’ho fatto per tre anni e l’ho fatto anche per gli altri due anni a venire, quando andavo a Lecce con il treno, per studiare all’università: motorino, quotidiano, stazione, università e ritorno. Poi son venuta a Roma e l’edicola è proprio sotto il mio portone di casa.
 
Ho sempre amato leggere, la carta, cambiare quotidiani giorno per giorno e assorbire vari tipi di scrittura e sopratutto sono avida nell’apprendere le varie tipologie interpretative degli articoli di cronaca.
 
Durante le scuole superiori e durante l’università mi capitava di comperare, anche, Il Giornale o Libero, al di là dell’idea politica. Non mi vergognavo di leggere quel giornale, quei giornali, a tempi. Adesso sì. Non lo acquisto più, Libero, per eccellenza penso abbia raggiunto confini mai visti prima.
Mi dispiace provare il sentimento di ‘ribrezzo’ verso un Direttore come Vittorio Feltri che, classe 1943, ne ha fatto di strada e di certo ha inciso nel mondo editoriale. Oggi, però, s’è raggiunto un confine esagerato, per l’ennesima volta negli ultimi tempi ho letto un titolo ignobile, non degno della figura professionale di noi giornalisti, ma sopratutto un titolo che incide, peggiora l’umanità, ricalcando ancora una volta una dicotomia sociale, professionale, mediatica dei nostri tempi.
Una dicotomia creata ad hoc.
 
Certo, bisogna portar pazienza, bisogna porgere l’altra guancia, cercare di giustificarlo, comprenderlo…. è pur vero che possediamo solo due guance molto intelligentemente, e mi verrebbe quasi da dire:
“Direttò, le guance son finite”!.

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Il limite di una persona creativa

Il limite di una persona creativa è dato dalla noia che, devo dire, sopraggiunge con estrema facilità.
Penso- credo- d’esser creativa, ho sempre tantissime nuove idee, ho sempre tanta energia da spendere ad ogni ora, sogno sempre ad occhi aperti e mai mi lascio trascinare giù.

Ogni tanto, non saprei dire ogni quanto tempo, m’annoio.
Cioè avviene in me una strana reazione: faccio quel che voglio, realizzo ciò che immagino e una volta concretizzato, m’annoio. Necessito immediatamente di qualcosa di nuovo, qualcosa di fresco, qualcosa di estremo- a tratti-, qualcosa, punto.

La ricerca del nuovo è una caccia che mi entusiasma, in realtà. Sono una donna estremamente curiosa, affamata dalla vita, annuso in ogni dove qualsiasi cosa, poi mi chiedo “Cosa vuoi da te?”. La risposta tra una corsa e un’altra sopraggiunge sempre, a suo tempo, a suo modo.

La verità è che mi annoia rallentare, decelerare, attendere. Anzi l’attesa non mi riguarda, la snobbo, la fiuto e la lascio perdere.

Mi annoia la normalità, le abitudini, la quotidianità scandita da ritmi precisi. Mi annoia “il lineare”.

In foto ci sono io, sotto gli occhi attenti di Federica Girardi Photography che, gentilmente, mi diceva “Ele, poggiati un attimo”, ed io… che come sempre, le dicevo “Perché devo sedermi”?

EM

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C’è sempre una via d’uscita

La verità è che c’è sempre una via d’uscita, anche quando non la vediamo.

Eppure è lì, è sempre stata lì e non è mai stata notata. O forse notata sì ma non contemplata, che è praticamente peggio.
Perché anche per la contemplazione- di qualcosa- ci vuole tempo. Ci vogliono i giusti elementi, i giusti presupposti, le prove, le controprove, le conclusioni. 
Ecco, dopo le conclusioni- preliminari- arriva la contemplazione. Ovvero il prendere in considerazione quella determinata via d’uscita che, ovviamente, non avevi mai e poi mai immaginato.

.. Che poi, noi donne, tante cose le sappiamo. A volte, però, ci concediamo quel beneficio del dubbio. Come dire “No, aspetta, rallenta, magari hai visto male, magari hai percepito male, magari sei tu”. Ed è la cosa più sbagliata, affermare il “Magari sei tu”. Perché non è così ma esattamente al contrario: è l’altro che non è per fatto per noi, non noi che non siamo fatte per lui. Che è, espressamente e concretamente, diverso.

EM

 

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Eleonora Marsella. Tre anni dopo

** Quando un fermo immagine può dire tanto e forse di più **
 
Oggi è il mio anniversario, il mio anniversario personale, no, non sono come quella tipa che si è sposata con se stessa, con matrimonio, ristorante e annessi.
Il mio anniversario, questo matrimonio con e per me stessa, io lo celebro ogni giorno.
 
Tre anni fa mi trasferivo a Roma.
I palazzi sembravano troppo alti, grandi, esagerati. Le strade troppo larghe. Le persone troppo distaccate. Erano tutto troppo, in senso negativo.
 
Tre anni dopo, vivo a Roma.
I palazzi son alti, grandi e mai esagerati. Le strade larghe ospitano un’infinità di veicoli, mezzi, persone. Ah e le persone- i romani- sono calorosi quanto noi terroni, se non di più, a volte ma mai invasivi.
 
Questa foto rappresenta Eleonora, il 28 Settembre 2017 alle 10 di un mattino qualsiasi- per altri- ma non per me.
Io, che guardo i palazzi.
Io, che guardo il cielo.
Io, che sogno, realizzo e proseguo.
 
Ma no, questo non è avvenuto da un giorno all’altro.
Questo rappresenta un percorso interiore e esteriore.
 
Questo è avvenuto perché tre anni fa, la Donatella Montagna m’ha permesso di studiare a Roma, per la mia laurea magistrale prima e per un master in comunicazione digitale, poi.
 
Mia madre è una persona immensa, prima di Pasqua mi venne a trovare in capitale. Sedute in un ristorante in centro a Roma, io, lei e Africa parlavamo di progetti, della fine degli studi, del mio lavoro da giornalista e le avanzai, ricordo ancora, l’idea di aver una macchina a Roma, perché dopo tre anni le esigenze cambiano e i bisogni diventano altri, il Team si è allargato e io sono spesso in giro per l’Italia per lavoro.
 
Due mesi dopo mia madre mi mandò la mia macchina, da Maglie a Roma. Lei- con diversi sacrifici e non pochi- si comprò un’altra macchina, un’utilitaria, come diremmo noi, per andar e venire dal lavoro.
E questa è mia madre, che, con gli anni m’ha insegnato l’importanza del sacrificio, del lavoro, della pazienza.
 
Quando mi mandò la macchina, in automatico, interrompemmo anche il bonifico mensile che permetteva a me, i miei studi e il resto delle mie cose di campare GRAZIE al lavoro di mia madre, quì a Roma.
Io, lavoro già da tempo, e questo non è un segreto e mai lo è stato, certo, le cose cambiano poi, perché il lavoro aumenta e io posso fare tutto- o quasi- da sola.
 
Così, indirettamente e non volendolo – forse- m’ha fatto responsabilizzare ancor di più e questo suo senso d’amore verso la vita e il lavoro non può che portare me ad essere la persona che sono oggi, GRAZIE a lei. <3
 
E le cose vanno così, le cose sono così…
Io, Africa, Roma, l’amore per mia madre, TRE ANNI DOPO.
 
EM

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Tutte le Donne meritano un Uomo

Tutte le Donne meritano un Uomo.
Ma non un Uomo qualsiasi. Un Uomo che ricordi loro, la bellezza, la loro unicità, le loro caratteristiche, i loro meravigliosi difetti.

Tutte le Donne meritano un Uomo.
Ma non un Uomo qualsiasi. Un Uomo che le ami, le adori, le celebri, le apprezzi, le stimi.

Tutte le Donne meritano un Uomo.
Ma non un Uomo qualsiasi. Un Uomo vero, sincero, essenziale, effettivo, non estetico, o per lo meno, non esageratamente estetico.

Tutte le Donne meritano un Uomo.
Ma non un Uomo qualsiasi. Ma l’Uomo. Scelto. Selezionato. Riconosciuto. Riconosciuto tra la folla, riconosciuto tra milioni e milioni di persone. Quell’Uomo che sa come farti stare bene, quell’Uomo che sa ciò che è giusto per te. Quell’Uomo che CONOSCE i tuoi gusti e risponde- come può- alle tue esigenze.

Non lo so perché ma ho un istinto infallibile per la puzza di bruciato.
Riconosco subito una donna infelice, insoddisfatta, incosciente- a volte- di ciò che le accade intorno.

Perché se il ‘tuo uomo’ non ti stima.
Perché se il ‘tuo uomo’ non ti accarezza.
Perché se il ‘tuo uomo’ non ti osserva.
Perché se il ‘tuo uomo’ non pratica la dolcezza.
Perché se il ‘tuo uomo’ non ti dona le sue migliori attenzioni.
Perché se il ‘tuo uomo’ non conosce il tuo sguardo.
Perché se il ‘tuo uomo’ ti alza un dito.
Perché se il ‘tuo uomo’ ti maltratta.
Perché se il ‘tuo uomo’ ti colpisce.
Perché se il ‘tuo uomo’ non pratica la gentilezza con te.
Perché se il ‘tuo uomo’ non ti considera in mezzo la folla.
Perché se il ‘tuo uomo’ preferisce la gente varia.
Perché se il ‘tuo uomo’ si dimentica dell’essenzialità.
Perché se il ‘tuo uomo’ non ti sorprende.
Perché se il ‘tuo uomo’ non ti arricchisce.
Perché se il ‘tuo uomo’ non ti rispetta.
Perché se il ‘tuo uomo’ ti tocca COME NON DOVREBBE…

Ecco, se accade tutto questo, e molto, molto di più, vuol dire che NON è UN UOMO, anzi è un ominicchio, ‘nu menzu masculu’- come direi io in salentino-, quindi non può essere definito UOMO.

Bene, amiche mie, lettrici, confidenti, curiose o semplicemente anche se vi trovate su questa pagina di passaggio, se avviene ANCHE UNA MINIMA COSA di ciò che ho elencato sopra, SCAPPATE. Scappate da lui. Scappate da ciò che c’è, da ciò che è nato malato, da ciò che non dovrebbe esistere. SCAPPATE.

Guardatevi allo specchio, Amiche Mie. RICONOSCETE il vostro sorriso, la vostra serenità, la vostra spensieratezza? Se la risposta è NO, PARLATENE con qualcuno. Parlatene. Se non potete farlo- per qualche oscuro motivo- almeno, cercate di comunicarlo con gli occhi. Perché gli occhi sono lo specchio dell’anima e una donna INFELICE si può riconoscere subito. Basta solo OSSERVARLA per un attimo.

Fermiamoci. Fermiamoci tutte. E FERMIAMOLI, sopratutto.

 

EM

P.s.
Commenti, segnalazioni, condivisioni sono ben accetti.
Scrivetemi, e continuate a farlo, io vi ascolterò sempre e vi aiuterò, laddove possibile. Ovvero SEMPRE.

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Fermi, sulla striscia gialla di una stazione ferroviaria

Erano fermi, poco prima di quella striscia gialla disegnata per terra.
Lui l’abbracciava, la tirava a se, senza lasciarla mai. Le sussurrava qualcosa tra i capelli, glieli sfiorava di continuo, come se lo facesse per la prima o, forse, per l’ultima volta.
La baciava continuamente, quasi senza lasciarle il tempo di respirare. E aspettavano, aspettavano insieme quel treno, quel treno che avrebbe portato via lei, via lei da lui.

E lui, era semplicemente lì, a guardarla, a ricordarle- ancora una volta- la sua bellezza, la sua unicità, la sua persona, il valore della sua persona. Quasi come a sottolinearle l’importanza della sua esistenza nella sua vita, l’importanza di quegli attimi condivisi, vissuti insieme, percepiti con un’intensità connessa. Un’intensità che rimarrà impressa in loro. Un’intensità che rimarrà impressa vicino quella striscia gialla, di una qualsiasi stazione ferroviaria, in un qualsiasi pomeriggio ambiguo di settembre.

E poi, successe. 
Il treno arrivò, con un sbuffo da preavviso. Lui la strinse più forte, come a dirle, non andare, perché lo fai. E lei, con un sorriso d’incoraggiamento, più per lei che per lui, gli rispose, con un filo di voce ‘tornerò’. 
Tornerò, non come semplice verbo, ma come promessa. Una promessa che rimarrà sospesa tra questo treno e il prossimo che o lui, o lei, prenderanno.
E l’importante- ho pensato- è questo: salire sul treno.

Ed ancora una volta, ho sorriso, scoprendo un rintocco romantico del mio animo che- credevo- d’aver perso tanto tempo fa.

EM

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Oggi il cielo è grigio, Noemi

Oggi il cielo è grigio, cupo, sembra quasi nervoso e non potrebbe essere altrimenti.
Oggi è un giorno triste, lo è stato anche ieri e i giorni successivi al 3 Settembre, giorno in cui Noemi è scomparsa.

Oggi il cielo è grigio, cupo, sembra quasi nervoso e non potrebbe essere altrimenti.
Noemi è stata ammazzata dal suo fidanzato, 17enne, che ha preso la macchina della madre (senza patente) e ha portato ‘la sua amata’ (che forma utopica, di mer**) in campagna, per ammazzarla, con un coltello.

Oggi il cielo è grigio, cupo, sembra quasi nervoso e non potrebbe essere altrimenti.
Le telecamere di tanti media mostrano i genitori di lui, mentre narrano di non saper nulla e apprendono in diretta (giornalisti…[..]) la notizia del ritrovamento del corpo di Noemi, il padre di lui accenna un “Beddha mea”, quando capisce che hanno trovato il corpo di lei sì, ma senza vita.
Urlano, in casa, “Ora siamo morti”!.
Morti come Noemi? No, certo che no. Perché Noemi non c’è più e questo è l’unico dato certo. Di certo, invece, per vostro figlio e forse anche voi, non c’è nulla. Di certo non sappiamo se lui pagherà per quello che ha compiuto. Di certo, però, c’è una cosa: non c’è limite alla cattiveria umana. La mente umana non conosce limiti di decenza, di buon costume, di umanità. Perché quì si parla di questo, di un’umanità mancata. Di una forma genitoriale che, pare, non ci sia stata, perchè se cresci i tuoi figli con affetto, amore, dedizione al lavoro, alla vita, al sociale, tuo figlio sarà un uomo, da grande, o una donna, nel caso contrario.
Quì non c’è nulla. Anzi peggio. Quì c’è stato tutto.
Cattiveria, meschinità, disgusto, ribrezzo, sdegno, malumore, violenza e tanto, tanto, troppo altro.

Oggi ho voglia di rimanere in silenzio, difatti scrivo e non rispondo alle chiamate. Ho annullato gli appuntamenti di lavoro, riprenderò domani o forse dopodomani. 
La mia quotidianità si è fermata, si è fermata come quella di Noemi. Perché non doveva accadere. Perché non deve più succedere. Perché. Perché. Perché è veramente troppo.

EM

 

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11 Settembre

Io, quel pomeriggio, lo ricordo benissimo. 
E sono certa che anche ognuno di voi, ricorda, dov’era.

Avevamo pranzato da poco tempo, mi trovavo a casa di mia nonna Anita, mia madre lavorava, come sempre, e stavamo guardando la televisione mentre concludevamo le ultime faccende in cucina.
E poi, è successo. 
La televisione ha cominciato a parlare troppo forte, le immagini non lasciavano spazio a grandi interpretazioni personali e mia nonna continuava a dire “Ginu, Ginu, hai vistu?”. Eh sì, mio nonno, fermo, con i suoi segni sul viso, ha alzato il volume, come se non si sentisse o non si capisse abbastanza, il dramma che accadeva dall’altra parte del mondo.
Un dramma, poi, che sarebbe costato tantissime vittime. Un dramma, poi, che toccò ognuno di noi. Un dramma, poi, che ha lasciato segni e ricordi impressi nella nostra mente.

Io, di quel pomeriggio, ricordo la paura. Ricordo il volume alto. Ricordo mia nonna Anita che guardava me e poi guardava mio nonno. E poi guardava me. E poi, nuovamente, guardava quel televisore, quel televisore piccolo, profondo, pesante, poggiato in un piccolo angolo di quella cucina in Salento.

Da quel 11 Settembre 2001 son cambiate tante cose. 
Son cambiate le persone, le concezioni, le interpretazioni, le visioni della vita, della realtà, del mondo.
Da quel 11 Settembre 2001 son cambiate veramente tante cose. Per esempio, mio nonno Gino non c’è più, mia nonna Anita non ha più memoria di me e io, invece, che di memoria, ne ho fin troppa a volte vorrei non averne.

Un bacio verso il cielo. Un bacio verso ciò che non c’è più ma che comunque vive e fluttua ancora nell’aria.

EM

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