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Eleonora De Giuseppe- La Pupazza

Ti è capitato di vedere in giro Un occhio nero e bianco, che pare voglia
scrutarti? Sui muri in città o in periferia? Bene, ti sei imbattuto nell’occhio
della Pupazza!
Eleonora De Giuseppe, meglio conosciuta con lo pseudonimo di Pupazza, è nata a
Tricase nel 1985 e ha conseguito gli studi presso il Dams di Bologna, dopo di
che apre un laboratorio d’arte a Tricase, che lei stessa definisce BOLLA, in
largo Sant’Angelo 7.
I suoi tratti principali? Senza dubbio, l’Occhio, disegnato ovunque: sulle
mura Salentine, Bolognesi e Italiane, in larga misura, ma anche in territori
extra Italiani come Berlino, dove la stessa, dopo aver dipinto il suo occhio
sotto la metro, è stata condotta al fresco per una notte, simbolo di una
punizione. Punizione per cosa? Solo perché vuole diffondere la sua arte? Probabilmente
ci sono modi e modi, posti e posti ma per lei non è cosi, l’occhio della
Pupazza,è uno stile di vita, è un modo di vivere, di vedere la gente e di assaporare
i luoghi, al fine di diffondere amore.
Ed è anche facile vedere la vita in quest’ottica, basta visitare la sua BOLLA-
Laboratorio creativo con sede a Tricase- dove è possibile ammirare i suoi
quadri con il personaggio della Pupazza, arricchito da pietre, vetri e
materiale di vario genere; disegna su qualsiasi formato, materiale o ente,
perché l’importante è disegnare e diffondere il suo occhio!
La sua passione per il disegno nasce sin da subito, il suo tratto è veloce e
colorato; la sua fama non si ferma nel Salento, come già citato poc’anzi,
perché Eleonora ha esposto nel 2009 a Düsseldorf, Londra, Berlino, Marina di
Pisa e infine a Reggio Emilia.
Il suo stile è un continuo aggiornarsi e arricchirsi di svariati elementi
della vita quotidiana, vede la vita con leggerezza e leggiadria e la foto
con l’occhio è un Must: tutti coloro che entrano nella sua bolla, con l’immagine
dell’occhio in mano, si fanno fare la foto della Pupazza che coinvolge  grandi e
piccini, al fine di raccogliere tutte le immagini in un libro che presto
sarà in Libreria. Lo stemma della Pupazza è possibile vederlo, oltre sui muri e
nei quadri, anche su t-shirt, foto, riquadri, lampade, bombolette e su tutto ciò
che può trasformarsi in qualcosa di artistico.
La Pupazza è la prova che il Salento, oltre ad essere una bella terra, come
già la conosciamo, è anche terreno fertile per Talenti emergenti e
giovanili.
I migliori auguri!

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Giorgio De Chirico: Mistero e Poesia

Dopo i numerosi visitatori avuti negli scorsi anni, il Castello Aragonese di Otranto ospiterà dall’8 giugno al 29 settembre 2013 undici dipinti a olio, tre sculture e oltre trenta disegni, acquarelli e grafiche del Grande Artista Pittore e Scrittore Italiano Giorgio De Chirico, principale esponente della corrente artistica della pittura metafisica.

Partito dall’Italia con la sua Metafisica, nasce in Grecia nel 1888 e viene a mancare nel 1978 a Roma,  Nell’estate del 1909 si trasferì a Milano dove rimase sei mesi, all’inizio del 1910, si recò a Firenze dove dipinse la sua prima piazza metafisica, l’Enigma di un pomeriggio d’autunno, nato dopo una visione che ebbe in Piazza Santa Croce.

Le opere che De Chirico dipinse prima della costituzione della Metafisica erano definite enigmatiche, I suoi soggetti erano ispirati dalla luce del giorno delle città mediterranee, poi ha rivolto gradualmente la sua attenzione agli studi su architetture classiche, nella sua pittura, infatti, si fa sempre più sentire un’originale e romantica interpretazione della classicità e un interesse per la tecnica degli antichi Maestri rinascimentali. 

La migliore produzione pittorica di De Chirico è avvenuta tra il 1909 e il 1919, nel periodo dell’invenzione della pittura metafisica: i quadri di questo periodo sono memorabili per le pose e per gli atteggiamenti evocati dalle nitide immagini classiche nel Mentre era ricoverato all’ospedale militare di Ferrara nel 1917, De Chirico conobbe il pittore futurista Carlo Carrà, con cui iniziò il percorso che lo portò a perfezionare i canoni della pittura metafisica: a partire dal 1920 tali teorizzazioni furono divulgate dalle pagine della rivista “Pittura metafisica”.

Giorgio De Chirico fu anche autore di scritti teorici, memorie autobiografiche, raccontini e di una vera e propria opera letteraria di una certa importanza soprattutto influenzata dall’era del fascismo.

L’esposizione monografica su Giorgio De Chirico illustrerà il percorso dalla sua opera all’insegna della Metafisica che scorre lungo le diverse fasi stilistiche del suo lavoro: recupero della tradizione classica, suscitazioni surreali e riavvicinamenti alla realtà s’intrecciano in un universo di mondi, linguaggi e codici differenti. La figura umana è inesistente in quest’universo, sostituita da calchi di gesso di statue antiche o dai suoi tipici manichini: le famose MUSE INQUiETANTI, senza volto, sorvegliano imperscrutabili la sua dialettica sospesa tra rievocazione e invenzione.

D’altronde, come diceva lo stesso Pittore, senza la scoperta del passato, non è possibile la scoperta del presente.

La mostra sarà aperta tutti i giorni, Giugno e Settembre dalle 10 alle 21, Luglio e Agosto dalle 10 alle 24; con un ticket d’ingresso pari a 7euro sarà possibile prendere visioni di alcune delle più belle opere di De Chirico per assaporare parte della cultura Italiana che ci rappresenterà oggi come domani.

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Quattro

Di quel  momento, che si rivelerà poi una nuova vita, i ricordi sono indistinti e forse sofferenti.

Un anno prima che accadesse la vicenda, di cui parlerò in futuro, ho ricordo di un’afa soffocante, lo sciolinare del ventaglio di tulle con immagini floreali di Zia Roscelin: una donna alta, distinta, sempre vestita coi suoi abiti vittoriani, un’infermiera che si trovava, ai tempi, nel fulcro di una vita sfolgorante. Al suo fianco sedeva Zio Louis, suo leale compagno da sempre, testardo, saccentone, benevolo ma dall’aspetto sciatto, incurante della creazione del setolino per capelli usava disfare i riccioli, che pendevano da qualsiasi angolo del suo capo, con la mano destra e sorprendentemente con un solo tocco.

A due seggiole di distanza sedeva una bimba di quattro anni, dai riccioli bruni, dallo sguardo vago ma con ciglia lunghe, indossava una gonnella a scacchi dalle tonalità rosee, nella parte superiore una canotta in tulle bianca e penzolavano dalla sedie le piccole scarpette chiare che, si sposavano a perfezione con il suo completo. Singhiozzava a tratti, le mancava il suo cane, di razza Dalmata, di nome Pako, regalato dallo zio Louis nei giorni precedenti.

“Aspettiamo la tua mamma, torneremo a casa prima del tramonto così giocherai con il tuo cane”. Disse la zia Roscelin mentre asciugava le lacrime sul viso della bambina, con il suo fazzoletto di seta color lino sporco.

Il tempo sembrava si fosse fermato, ogni attimo sembrava uguale al precedente, il calore dell’asfalto entrava attraverso le finestre aperte e cominciò a lamentarsi anche qualcosa dentro di lei: non ricordava quand’era stata l’ultima volta che le sue piccole pupille gustative avevano assaggiato qualcosa.

La fanciulla continuava a muoversi, passava da un sedile all’altro, di tanto in tanto sedeva sulle ginocchia dello Zio Louis che, per far divertire la sua unica nipotina, le concedeva di giocare con i suoi capelli: li districava, li muoveva, li mordicchiava e li tirava, perfino, quando lo zio distraeva lo sguardo da lei.

Lui diventerà l’unico vero uomo della sua vita ma Norina non sapeva ancora cosa il futuro aveva in serbo per lei.

Diverse ore dopo, al suo risveglio, si trovò nel letto dei suoi genitori, con al fianco suo padre Rhomais immerso ancora nella braccia di Morfeo; mentre sua madre, una donna di media statura, minuta, con i capelli di una tonalità castano-oro cascanti sulle piccole ossa, dal volto pallido ma con una strana aria negli occhi che, inconsapevolmente, ritroverà negli anni a venire, preparava la cena.

Norina si trovava lì, nascosta tra il divano e il sofà ocra che, osservava la donna mescolare delle strane sostanze sul tavolo da cucina e canterellare una strana strofa di una canzone: “Marameo perché sei morto pane e vino non ti mancava, l’insalata era nell’orto, marameo perché sei morto…”

“Norina amore per quanto tempo rimarrai lì nascosta? Lo sai che i mostri non esistono!” Disse Tella voltandosi nella sua direzione. Proseguirono diversi secondi di silenzio e le uniche parole che pronunciò la piccola furono:” Ho fame mamma”!

La donna le andò incontro, la prese da terra, la appoggiò sul tavolo da cucina e le disse sottovoce:

“Finisco di preparare la pasta frolla e mangeremo in giardino io, te e Pako”.

La baciò sulla fronte e si rimise ad impastare sotto gli occhi, apparentemente disinteressati, di Cicicchia. (E’ così che la chiamavano i suoi zii, sin dalla nascita e quel nome piacque subito a Tella, tanto da usarlo come surrogato del vero nome della figlia).

Durante la cena la piccola chiese come mai mancasse il padre e Tella con una strana disinvoltura le rispose che lui era molto stanco. Niente di nuovo, pensò Norina.

Dotata di un’intelligenza disarmante, Norina percepiva tutto, sin dal principio.

Le giornate trascorrevano limpide e rapidamente: di tanto in tanto mamma Tella e papà Rhomais portavano la piccola a mare, in una località non distante dalla loro abitazione e lasciavano giocare Norina vicino la  riva del mare col figliolo, suo stesso coetaneo, dei loro amici.

A fine giornata i due non volevano mai venir fuori dall’acqua e solo quando Tella fingeva di andare via, Norina correva verso la madre e voltandosi verso il suo compagno di giochi, Andria, strillava:

“Mamma è colpa sua, fa sempre giochi troppo lunghi”!

Delle risate rumorose avvolgevano l’atmosfera e così  tornavano tutti insieme nella piccola pineta circostante, dove avrebbero preso il trenino che li avrebbe condotti alle loro macchine, nel parcheggio adiacente.

Quando la madre e il padre di Norina lavoravano, Cicicchia trascorreva con piacere le sue giornate afose in una bellissima casa in campagna, dagli zii Louis e Roscelin. Portava da mangiare ai gatti, giocava col cane, raccoglieva margherite con la zia nel tardo pomeriggio e aiutava, per quanto potesse, a preparare la cena.

Di tanto in tanto mescolava diversi fiori, che trovava nel giardino, con acqua di pozzo e fingeva di inventare nuovi profumi poi  correva con Pako verso casa e rideva di gusto quando gli zii si complimentavano con lei per l’impasto bizzarro che otteneva.

Col trascorrere dei mesi e con l’avvenire della nuova stagione, Norina non completava un passo senza che ci fosse, alla sua destra, il suo cane: suo fedele compagno di giochi e di disavventure.

Quando arrivò il primo di Ottobre, Cicicchia affrontò il suo primo giorno dell’asilo ma, come immaginò Tella nei precedenti giorni, la piccola non aveva intenzione di mettere il piede fuori casa senza il suo cane. La madre la rincorse buona parte d’ora per tutta la casa: dalla cucina al sofà ,dal bagno al salotto e quando finalmente l’attirò a sé con la scusa che sarebbero ritornate a dormire nel letto matrimoniale, l’acciuffò per l’ascella e la alzò da terra con tale aggressività da far piangere Norina dallo spavento.

“Devi andare all’asilo Norina, non posso rimanere in casa con te, altrimenti chi lavorerà al posto mio”? disse la madre penetrandola con lo sguardo.

Tella era diventata, da pochi mesi a questa parte, socia di Marco, un ragazzo snello e perspicace, di un bar, a pochi km dal suo paese natale. La donna prese molto sul serio, da subito, il suo ruolo e non intendeva lasciarla a casa con nonna Anny, sua madre, per niente al mondo!

Una volta afferrata la portò in macchina, una 500D che risaliva al 1965, anno di nascita della donna, comprata dal padre, come auto-regalo per la nascita della sua seconda figlia, dopo Roscelin; e promise a se stesso e alla moglie che, non appena Tella avrebbe compiuto vent’anni sarebbe diventata la sua autovettura. E così accadde.

Norina, strattonata in auto, singhiozzava cercando di attirare le attenzioni della madre, ma ciò non accadde perché Tella era fermamente convinta di farla entrare nell’asilo e sarebbe ritornata a riprenderla nel primo pomeriggio.

Una volta arrivata la madre superiore, andò incontro alla donna che, cercava di convincere la figlia affinchè smettesse di piangere.

“Hai proprio dei bei riccioli, lo sai farfallina?” Disse la suora alla bambina. E poi proseguì:

“Perché non vieni a giocare lì dentro con le altre bambine? Se vorrai potrai fare amicizia!” Disse la donna, indicandole una grande stanza colorata che, appariva allegra e luminosa.

Norina tolse il viso da dentro il seno sinistro della donna, si strofinò gli occhi e la guardò:

“Ho già un amico: è il mio cane”! Disse la bambina, ma la suore insistette:

“ Quello non è un vero amico Santa figliola”

“Non è vero”! Disse La piccola con tutta la forza che avesse nelle corde vocali.

Tella le  diede un pizzicotto sulla guancia e Norina capì di non avere più soluzioni: avrebbe dovuto passare la giornata in una ‘casa’ nuova, con delle persone sconosciute, senza alcun viso familiare. Agitò i piedi, la madre la posò per  terra, le diede un tenero e soffice bacio sul viso e la piccola prese la mano della Madre Superiore che, per premiarla, le regalò subito una coloratissima caramella.

La giornata trascorse veloce sia per la figlia che per la madre: Tella completò più ordinazioni del solito e concluse la giornata preparando gli stuzzichini per l’aperitivo del tardo pomeriggio mentre Norina, una volta abbandonati i suoi capricci, proseguì serenamente la giornata colorando nuovi disegni, giocando insieme ad altre bambine come lei e ad rincorrersi con qualcun altro.

I mesi a seguire passarono veloci, non ci furono più giornate terribili come quella scorsa però, un pomeriggio avvenne qualcosa di insolito…

 

 

 

 

 

Norina comodamente seduta sul sofà ocra, modellava la pasta colorata, ad un certo punto sentì  strillare il padre e subito dopo percepì uno scambio di battute tra Rhomais e la moglie che, furono subito interrotti dal singhiozzo  della stessa. Tella continuava a gesticolare morbosamente, tenendo un foglio in mano e parlava con Rhomais circa delle analisi. Norina non riusciva a capire molto delle parole dei grandi e quando sentì pronunciare il termine “ospedale”, scoppiò a urlare e a piangere perché, improvvisamente, si ricordò di quel lungo pomeriggio afoso, passato in un corridoio color bianco con gli zii, ad aspettare che Tella e Rhomais uscissero da qualsiasi angolo della stanza e, nell’attesa, si addormentò.

“Te l’avevo detto di non urlare cretina!” disse il padre, alzando la mano destra contro il viso della donna. Il silenzio assorbì la stanza, seguirono diversi secondi di tensione, poi  la madre si inginocchiò sul sofà, dov’era ancora adagiata Norina, l’abbracciò con tutte le sue forze e le canticchiò lentamente: ”Marameo perché sei morto…..”

La piccola pochi minuti dopo dormiva, come una piccola tartaruga in letargo, sulle braccia della donna che sperava nell’amnesia parziale della figlia, a causa dell’accaduto, ma purtroppo Norina non dimenticherà né quel pomeriggio, tanto meno altri avvenimenti ancora.

[La foto in allegato è il Pako,della realtà,un po curioso verso un riccio di campagna]Immagine

 

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Il CavalierMercante di Luigi Di Seclì

Luigi di Seclì, nato a Taurisano, si laurea in materie Letterarie presso l’Università del Salento, pubblica diversi romanzi, racconti, poemi e tutto ciò che rientra nel panorama letterario, vincitore, tra l’altro, di due premi nazionali di poesia e narrativa.

Il’CAVALIERMERCANTE’ si presenta come un racconto nel racconto, interrotto dai richiami-pause caffè richiesti dalla moglie Marta poiché lo Scrittore viene assorbito in tutto e per tutto da Everaldo De Nardi, il Cavaliermercante che, con i suoi fedeli accompagnatori, il mulo e il cavallo, compie un lungo tragitto con sosta nella Fiera Settembrina di Taurisano, per vendere merletti, pizzo e quanto più c’è di prezioso.

Il percorso è lungo e ricco di eventi, dalle soste alle osterie, a terribili creature che avanzano lungo il cammino, volpi e serpi fastidiose, fa da cornice a un poema  (in deche) tutto da leggere ed interpretare.

Culto importante rimane quello della Madonna di Leuca, che grazierà, in un’occasione il Cavaliermercante e Arsenio, accompagnatore trovato lungo il tragitto.

Le particolarità non finiscono qui: nell’arco della lettura, simpatiche interruzioni sono rappresentate da disegni, frutto dello stesso Seclì, circa gli avvenimenti del protagonista, in bianco e nero, colorate e non, sono fantasticherie della sua stessa creatività, evidenziate, oltretutto, dallo stesso Scrittore.

Le varie pubblicazioni edite  dal 1978 ad oggi non si sono mai interrotte, frutto di una mentalità e creatività senza limiti, che lo stesso si auto riconosce.

E se per caso vi stesse chiedendo, cosa fare sotto l’ombrellone, leggere un bel poema è la risposta migliore!

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Il Fico

Frutto tipicamente estivo e gustoso è il Fico, protagonista delle campagne Salentine e non solo: le testimonianze della sua coltivazione si hanno già nelle prime civiltà agricole di Mesopotamia, Palestina ed Egitto, da cui si diffuse in seguito in tutto il bacino del Mar Mediterraneo. La specie ha due forme botaniche che possono essere definite come piante maschie e piante femmine, dato che la prima (pianta maschio, o caprifico) costituisce l’individuo che produce il polline con frutti non commestibili, mentre la seconda o fico vero (pianta femmina che produce frutti commestibili) produce i semi contenuti nei frutti.

La distinzione botanica è molto più complessa, dato che in realtà il caprifico ha nel frutto parti complete sia per la parte femminile (ovari adatti a ricevere il polline) che per la parte maschile (che produce polline); la parte femminile è però modificata da una microscopica vespa  che vive negli ovari (modificati in galle) e quindi per questo la parte femminile è, sessualmente, come se non esistesse: la pianta, a mezzo appunto della vespa, svolge quindi esclusivamente (o quasi) una funzione maschile (producendo polline e facendolo trasportare dalla vespa che alleva). Solo le femmine della vespa sciamano fuori dal frutto. Il frutto del caprifico non è commestibile (non è succulento e neppure dolce).

Il binomio insetto-fico (intendendosi precisamente ) è una simbiosi mutualmente obbligata, cioè è specie-specifica: da un lato l’insetto sopravvive solo ed esclusivamente nei frutti del caprifico, e dall’altro la pianta di fico non ha alcuna possibilità di far semi senza l’insetto.

Nel fico a frutti commestibili, abbiamo tre tipi di siconi, che danno, annualmente, distinte fruttificazioni: fioroni, o fichi fioroni che si formano da gemme dell’autunno precedente e maturano alla fine della primavera o all’inizio dell’estate; fichi, o forniti, o pedagnuoli che si formano da gemme in primavera e maturano alla fine dell’estate dello stesso anno e infine cimaruoli prodotti da gemme di sommità prodotte nell’estate e maturano nel tardo autunno (la produzione di cimaruoli è limitata a regioni dove l’estate è molto lunga ed il clima particolarmente caldo, spesso è incompleta o insoddisfacente).

Il Ficus carica gradisce climi caldi non umidi, si adatta a qualunque tipo di terreno purché sciolto e ben drenato, non tollera a lungo temperature inferiori ai -10, -12 °C, nelle regioni mediterranee non è raro incontrare piante di fico sorte su vecchi muri o nelle pareti dei pozzi. Per quanto concerne la potatura, o anche il superamento della stagione invernale, la rimozione delle parti sommitali dei rami, (o il loro danneggiamento da parte del gelo), mentre può non influenzare la sopravvivenza della pianta, elimina o danneggia le gemme mature che produrrebbero i fioroni la successiva estate, e quindi ne compromette la fruttificazione. La conservazione in vita della parte basale permette l’invecchiamento del legno, fatto che rende la pianta più resistente al gelo. Le Regioni italiane a maggior vocazione produttiva sono Puglia, Campania e Calabria, una produzione efficace proviene anche dall’Abruzzo, Sicilia e Lazio tra l’altro la Puglia fornisce anche la maggior produzione di fichi secchi.

Ringrazio L’esperto Luigi Guido per la sua consulenza affidabile e accertata. 

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Intervista a Stefano Piedimonte

Stefano Piedimonte nasce a Napoli negli anni ‘80 e si laurea nella sua città all’Università ‘ l’Orientale’, dal 2006 lavora per il corriere del Mezzogiorno, prima come cronista di nera e poi come redattore web della testata, scrive racconti sul Corriere della sera, Il fatto Quotidiano, Corriere del Ticino e tanto altro ancora.

Esordisce con il Romanzo ‘Nel nome dello Zio’, edito da Guanda meno di un anno fa: la storia ruota intorno a Napoli, esattamente nei quartieri Spagnoli dove, l’affarista e mafioso ‘Zio’ ha un solo debole: Il Grande Fratello.

Una storia Fresca, interessante e ricca di elementi ‘reali’ e tipici del nostro tempo, ha suscitato in me estrema curiosità nel conoscere la mente, che ha partorito una stravaganza simile, complice la pazienza e dedizione dello Scrittore, è stato possibile conoscere altri lati dello Stesso Piedimonte.

Alla domanda se scrittori si nasce o si diventa, Stefano risponde netto e deciso: “ indubbiamente bisogna avere delle doti, ma è chiaro che quest’ultime si possono affinare col tempo, non credo che una persona priva di senso del ritmo, possa diventare un bravo musicista: questo è un discorso che funziona sempre, con la musica come con la scrittura, certo, i casi eccezionali ci sono sempre.”

La mafia è virus che si è diffuso e continua a diffondersi in qualsiasi terra, anche se le radici si trovano al Meridione, Lo scrittore pensa che la gente non abbia bisogna della Mafia, anzi se ne deve liberare, fin quando questo non accadrà non potrà esserci una crescita reale e duratura: si insinua laddove lo Stato fallisce, ma lo fa stringendo intorno al collo della gente un cappio ben più stretto di quello che c’era prima.

Una buona soluzione potrebbe essere la politica di sostegno delle fasce più deboli che non sia, pero, mero scambio elettorale e assistenzialismo da quattro soldi; con l’aggiunta di certezza della pena e indagini patrimoniali.

Tema caldo e importante nell’XI Secolo è rappresentato dell’editoria tradizionale, in contrapposizioni a delle nuove soluzioni nascenti come il Self-Publishing difatti, Stefano confessa che è fondamentale avere un buon Agente letterario poiché gli Editori, oggi, ricevono migliaia  di manoscritti se, invece, ad invitarli è un agente serio e conosciuto nell’ambito editoriale, l’editore lo leggerà con molta più attenzione.

Ringrazio Stefano Piedimonte per la gentilezza dimostratami, ma soprattutto, i migliori auguri per un lavoro che,  sotto forma di passione, diventa indispensabile a tutti, nella conoscenza (anche in modo ironico) di un problema grave come la Mafia, che affligge persone e l’intera società.

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