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La gabbia d’oro di Shirin Ebadi

La gabbia d’oro è un libro-racconto di un incubo vissuto da due famiglie, legate sin dalla nascita, nel periodo della rivoluzione Iraniana che,  nel  1979 trasformò la millenaria monarchia persiana in una Repubblica islamica la cui costituzione si ispirava alla legge coranica, la sharia.

I protagonisti sono tre fratelli, nati da una famiglia numerosa ma che, col passare del tempo e intraprese vie differenti, si formeranno politicamente in modo differente l’uno dall’altro, scontrandosi nella vita di tutti i giorni fino a non parlarsi e  disconoscersi.

Tutte le forze di opposizione al monarca – di ispirazione religiosa, nazional-liberale e marxista – si riunirono intorno alla figura carismatica dell’Ayatollah Khomeini, confinato in esilio, prima a Najaf in Iraq poi a Parigi, per aver apertamente criticato lo scià fin dal 1963. Le proteste di massa iniziarono nel 1978 proprio in reazione ad un articolo della stampa di regime che dileggiava l’Ayatollah Khomeini avviando una spirale di manifestazioni di protesta che portarono al blocco del Paese.

Immagine ( Dimostranti offrono un fiore all’esercito durante la Rivoluzione Iraniana)

Dapprima lo scontro si ebbe solo per differenti ideologie, nel focolare domestico, col tempo, però, uno dei fratelli diventerà una figura chiave nell’esercito per la lotta armata, il fratello minore, invece, abbraccerà l’opposizione e passerà diversi anni della sua vita anche in prigione, il fratello maggiore che, ha passato la vita a prendersi cura di tutta la famiglia dopo la morte del padre, si rifugerà in America dove lavorerà come fornaio e il terzo fratello, invece, scapperà in Francia dove, una spia del Regime Islamico lo piomberà in casa propria.

Il romanzo è raccontato da una protagonista della storia ma in modo oggettivo, lineare, con una delicata attenzione a tutti i particolari e ai sentimenti provati nel corso degli anni passati a rincorrere dapprima un fratello, poi a salvarne un altro in prigione fino a che, rimarrà sola, dopo la morte di tutti e si trasferirà in Inghilterra dove ritroverà finalmente se stessa.

Casa editrice Rizzoli, prezzo di copertina 8,90 euro, anno 2009.

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Se non potete eliminare l’ingiustizia, almeno raccontatela a tutti. Alì Shariati

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Il Natale cinquant’anni fa…

Questo mese Città Futura esce nel bel mezzo del periodo natalizio e tra spese per il cenone, regali, parenti lontani che arrivano e altre persone che partono, ci siam chiesti come fosse il Natale cinquant’anni fa e abbiamo intervistato per l’occasione Antonio De Pascali (nato nel 1926) e sua moglie De Iaco Maria (nata nel 1932).

Molti anni fa il Natale era diverso, più sentito probabilmente, ma anche povero: i bambini non avevano grandi attese per quanto riguarda i regali perché le famiglie avevano veramente pochi soldi e i doni che potevano permettersi erano arance, mandarini, mandorle, noci e ai più fortunati anche qualche caramella.

Durante la settimana di Natale un membro della famiglia si recava nei boschi o nelle zone naturali per prendere la cima  di un albero di pino, una volta portato a casa era addobbato con fiocchi colorati o palle di vetro per i più ricchi, mentre qualcun altro addobbava l’albero con palle di creta che avevano, chiaramente, un peso maggiore e dopo la befana, le decorazioni erano conservate con cura per l’anno successivo. Cinquant’anni fa le illuminazioni dell’albero non esistevano (figuriamoci che le strade venivano illuminate da lampade a petrolio)  e subentreranno insieme all’albero di Natale in plastica che, porterà con se, oltre a questa novità un risparmio ambientale di proporzioni enormi, meno fatica nel pulire gli aghi di pini sottostanti l’albero e un risparmio economico per gli anni a venire.

La settimana antecedente al Natale era frenetica per via dei preparativi culinari: si preparava l’impasto per fare le pittule, i bambini attendevano con gioia il 25 Dicembre perché potevano gustare questo piatto, il vincotto era preparato da Settembre subito dopo la vendemmia e per far rimanere le pittule morbide anche per capodanno erano fatte con la zucca arancione che dava morbidezza alla pasta stessa ed lasciate in una cesta in vimini. Lo stocca pesce rotondo era lasciato in acqua sette giorni prima della cena per farlo ammorbidire, si cucinavano i “vermiceddhi” che, al contrario d’adesso, si preparavano in casa con farina di grano e infine il dolce era il “tortuno” con il miele, per regalare dolcezza a grandi e piccini. Tra la notte del 24 e 25 dicembre si faceva la veglia in Chiesa, non c’erano libretti quindi tutti sapevano le canzoni, il rosario e altri riti a memoria, molte persone si recavano in chiesa per portare un pezzo di pane per la benedizione anche perché durante questo giorno si faceva il digiuno per il bambinello.

In chiesa il presepe è sempre stato presente, veniva preparato da coloro che frequentavano la sacrestia, alla base si trovavano le casse per il tabacco vuote e le salite o le discese del presepe erano vere e proprie tavole di legno, i pupazzi in creta erano alti dai 30 ai 60 cm circa, quindi la riproduzione  quasi reale donava qualcosa di magico e la notte del 24 dicembre il Parroco affiancato dai più piccini faceva la sua comparsa con in braccio il bambinello da mettere nella capanna.

Le feste volano via tra pittule, vino consumato nelle numerose cantine presenti e tra pochi regali; quando arrivava la befana, i frutti secchi o un po’ di carbone venivano messi in calze di cotone lasciate sui caminetti e i più fortunati che, trovavano nella propria calza una o due caramelle gioivano per tutto il tempo a loro concesso.

Byrn Rogers diceva che il Natale è quel periodo dell’anno in cui le persone si rifugiano nella propria famiglia, questo bellissimo sentimento, stato d’animo, azione, dovrebbe essere presente quotidianamente tutto l’anno per non dimenticare mai le nostre radici e per apprezzare al meglio ogni singolo gesto, anche il più nascosto.

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Seminario LE RICADUTE IN CAMPO EDUCATIVO DEGLI STUDI DI GENERE

 

Il sociologo Arnaldo Spallacci sarà ospite dell’Università del Salento domani, martedì 17 dicembre 2013, per il seminario “Le ricadute in campo educativo degli studi di genere”. Appuntamento alle ore 9.30 nell’aula multimediale al terzo piano di Palazzo Parlangeli (via Stampacchia, Lecce).

 

Arnaldo Spallacci è membro del Comitato organizzativo del Centro studi sul genere e l’educazione (Csge) del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna, ed è autore del libro “Maschi” (edizioni Il Mulino).

Al seminario, organizzato dal Dipartimento di Storia, società e studi sull’uomo, interverrà tra gli altri il professor Salvatore Colazzo, Preside della Facoltà di Scienze della formazione, scienze politiche e sociali.

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Seminario REALIZZARE IL POTENZIALE INTERNAZIONALE DEL SALENTO UTILIZZANDO IL MODELLO DI LIFE COACHING

“La mappa non è il territorio. Realizzare il potenziale internazionale del Salento utilizzando il modello di life coaching” è il seminario in programma martedì 17 e mercoledì 18 dicembre 2013, a cura di Nigel Paul Wilson e promosso nell’ambito del corso di “Comunicazione e marketing del territorio” della professoressa Sarah Siciliano (Dipartimento di Storia, società e studi sull’uomo, Università del Salento). Appuntamento sempre alle ore 15 nell’aula 3, edificio 14, della Cittadella della Ricerca (strada statale 7, Km 7+300 per Mesagne, Brindisi).

 

«Se il Salento non scopre la sua unicità», spiegano gli organizzatori, «e su questa non costruisce un progetto comune per riposizionarsi con i suoi visitatori, potenziali o reali, e gli abitanti, corre il rischio di restare vuoto. Uno splendido miraggio bello da vedere, ma difficile da vivere. Questo rifugio nell’immaginario collettivo è oggi una bella meta carica di arte e storia, tanto da essere sempre più spesso palcoscenico di film da Oscar. Però non è ancora capace di offrire servizi e accoglienza a quanti scelgano di attraversarlo o abitarlo. Guardiamo al Salento come ad un i-phone, inteso come rete convergente che aggrega servizi, soggetti, luoghi in un solo device, diventando così parte integrante della vita quotidiana di ciascuno».

 

Nigel Paul Wilson è giornalista, life coacher, managing director di Puglia Estates, senior lecturer alla Goldsmith University, Liverpool University e Lancaster University.

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Intervista a Alina Czyżewska

Alina czyżewska, attrice polacca, formatasi presso l’Accademia Nazionale di Varsavia, si trova in questo periodo nel Salento dove- confessa-, ha trovato tante belle persone intorno a lei, una terra ricca di sole che, le dà la carica giusta per il suo mestiere.

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Alina qual è stata la tua formazione?

“Ho mosso i primi passi come attrice in Polonia, con un gruppo di attori amatoriali, il nostro scopo era divertirci e sentirci liberi ma con il tempo siamo diventati bravi e abbiamo ricevuto diverse premiazioni che hanno dato il giusto slancio; dopo di che nel 2000 ho studiato nell’Accademia Nazionale a Varsavia e ho lavorato in vari laboratori teatrali tutti diversi tra di loro, come ad esempio un tipo di Teatro Giapponese, molto particolare e difficoltoso sia per l’attore che per lo spettatore: purtroppo in Polonia il Teatro è antico, statico, quasi noioso.”

Tutti questi diversi ruoli ti portano in qualsiasi parte del mondo è molto importante sapere le lingue straniere?

“Io in realtà parlo polacco, inglese, francese, italiano, anche il greco e il latino e infine, visto che la Polonia è stata terra di comunisti per noi, era obbligatorio imparare il russo.”

Hai sempre voluto fare l’attrice o è stato il destino a condurti verso questo mestiere?

“Da piccola volevo fare l’insegnante, proprio come mia madre poi a nove anni ho visto in televisione un programma dove mostravano lezioni di recitazione, ma soprattutto le allieve descrivevano le emozioni che provavano ed io, proprio per questo, mi sono incuriosita e anche grazie all’appoggio di mia madre, sono qui”

Quali sono le differenze che noti tra la tua terra e quella salentina?

“Oh, questa è una bella domanda, grazie per avermela fatta. In Polonia fa molto freddo, la gente esce poco da casa, mentre qui tutti escono, girano e sono sempre a passeggio, è più facile avere e rafforzare i rapporti con la gente e, credo, che il sole svolga un ruolo importantissimo perché io amo il calore, come quello della gente e qui le radici sono veramente forti mentre nella mia terra, reduci dalla guerra, si ha sempre paura che da un momento all’altro possa arrivare un nuovo dittatore o possano scoppiare guerre per via della nostra posizione geografica.”

Cosa ti piace del mondo del teatro e cosa detesti del mondo dello spettacolo?

“Io penso che nei film tutti siano esagerati, le emozioni non si sentono, non si lavora con il corpo mentre questo succede in teatro dove, noi lavoriamo con le emozioni, sensazioni della gente, il nostro corpo è uno strumento di comunicazione per molti aspetti”.

Quali sono i tuoi progetti?

“Non amo programmare nulla, amo vivere giorno per giorno, prendo tutto ciò che mi viene proposto, qualsiasi ruolo, figura o parte la indosso a pennello , sicuramente amo questa terra e spero di rimanerci ancora per un po’.”

C’è un lavoro che hai fatto cui sei rimasta più affezionata?

“Certo, in realtà amo tutti i miei ruoli ma in particolare sono rimasta legata ad Amleto perché è stato il mio primo lavoro importante e ho adorato anche un monologo che si chiamava Verginità che, difatti, ancora oggi molti me lo richiedono”

Ringrazio personalmente Alyna per la collaborazione e la gentilezza dimostratami, il suo carisma è contagioso, la sua giovane età è da stimolo per tutti quei giovani che rincorrono un loro sogno.

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Chi è Malala YOUSAFZAI?

Dio ha donato la vita a tutti gli esseri viventi, ha donato loro un cervello, due gambe, due braccia, una mente per pensare e un corpo per reagire, in sostanza..certo, ci sono molte persone, purtroppo che, sono nate sfortunate, con degli arti in meno, con qualcosa in più del dovuto o con una condanna a morte che grava sul loro capo.

L’istruzione, i diritti, una famiglia, degli amici sembrano delle cose scontate proprio perchè quando tutto funziona al meglio non si pensa mai al peggio però in Pakistan, per esempio, il diritto al’istruzione o tutti i diritti riguardanti le DONNE non sono poi così scontati anzi, il loro credo religioso impone privazioni che a noi occidentali sembrano obsoleti ma che in realtà per i musulmani rientra solo nella pratica quotidiana. DA SEMPRE.

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C’è una storia però che ha fatto il giorno del mondo in poche ore, si è ramificata con il trascorrere del tempo e a distanza di mesi è diventata un esempio da prendere in considerazione e una persona da ammirare: QUESTA è LA STORIA DI MALALA YOUSAFZAI.

Nata da una famiglia numerosa, madre analfabeta e da padre istruito, impegnato civilmente per la sua valle, LO SWAT, Malala è cresciuta secondo principi che per i TALEBANI sono fuori luogo quando poi, in realtà, il Corano non nega l’ istruzione alle donne, emancipazione o informazione.

Malala e la sua famiglia hanno affrontato gravi problemi economici che gravavano DURANTE loro vita ma le cose cambiano quando il padre, Baba jan, assume posizioni definite nei confronti dei talebani che ormai avevano preso la valle in mano e ne gestivano qualsiasi movimento: se le donne non indossavano il burka, per esempio, venivano mal menate per strada sotto gli occhi di tutti senza che nessuno  alzi un dito, beh, ROHUL, suo padre, ha avuto il coraggio di alzare tutte e due le mani e imporsi alle teorie di vita dei talebani.

Malala, che considerava suo padre un EROE, prende le sue redini, lo affianca durante i comizi dovuti all’istruzione, prende parte insieme a lui a numerosi discorsi tenuti all’interno della valle dai pochi commercianti esistenti e si afferma sempre di più diventando un “nemico pubblico” per i terroristi o kamikaze. Lei e il padre, dopo aver ricevuto minacce di ogni genere, non si sono mai fermati fino a quando un terrorista spara nel pulmino che conduceva Malala e le sue compagne a scuola: Malala rimane ferita all’occhio, alla gamba e in varie altre zone delicate, in un primo momento, mentre le sue compagne portano piccoli danni dovuti all’attentato.

Immagine(Malala viene trasportata subito dopo l’attentato, quella Signora che è presente nella foto è una sua insegnate, rimasta sempre accanto a lei per tutto il tempo..la madre, secondo quanto è stata istruita, non ha mai permesso di essere fotografata e ha sempre indossato il Burka)

Immagine (Il volto di Malala dopo l’attentato ha cambiato forma e questo è il risultato di numerose operazioni avute in Inghilterra)

Ed è qui che la situazione si ribalta: La storia di Malala fa il giro del mondo, tutti vengono a conoscenza della sua lotta, la lotta per l’istruzione delle donne, molti stati le mandano regali, peluche, libri, soldi, e alla fine verrà trasferita in Inghilterra per proseguire la sua convalescenza e sarà sottoposta a vari interventi di natura differenti.

La storia di Malala è un esempio di quanto valga la forza di una DONNA se la CAUSA è una GIUSTA CAUSA, non voglio svelare altri particolari o eventi, il suo libro, scritto per mano della giornalista CHRISTINA LAMB, è una storia da leggere tutta d’un fiato e se alla fine, proprio come me, vi chiederete: MA IO COSA POSSO FARE PER CAMBIARE LE COSE? Beh, vorrà dire, che la sua storia, la sua vita vi è entrata dentro il cuore e difficilmente se ne andrà via.

Garzanti Editore, prezzo di copertina 12,90 euro.

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