Oggi il cielo è grigio, Noemi

Oggi il cielo è grigio, cupo, sembra quasi nervoso e non potrebbe essere altrimenti.
Oggi è un giorno triste, lo è stato anche ieri e i giorni successivi al 3 Settembre, giorno in cui Noemi è scomparsa.

Oggi il cielo è grigio, cupo, sembra quasi nervoso e non potrebbe essere altrimenti.
Noemi è stata ammazzata dal suo fidanzato, 17enne, che ha preso la macchina della madre (senza patente) e ha portato ‘la sua amata’ (che forma utopica, di mer**) in campagna, per ammazzarla, con un coltello.

Oggi il cielo è grigio, cupo, sembra quasi nervoso e non potrebbe essere altrimenti.
Le telecamere di tanti media mostrano i genitori di lui, mentre narrano di non saper nulla e apprendono in diretta (giornalisti…[..]) la notizia del ritrovamento del corpo di Noemi, il padre di lui accenna un “Beddha mea”, quando capisce che hanno trovato il corpo di lei sì, ma senza vita.
Urlano, in casa, “Ora siamo morti”!.
Morti come Noemi? No, certo che no. Perché Noemi non c’è più e questo è l’unico dato certo. Di certo, invece, per vostro figlio e forse anche voi, non c’è nulla. Di certo non sappiamo se lui pagherà per quello che ha compiuto. Di certo, però, c’è una cosa: non c’è limite alla cattiveria umana. La mente umana non conosce limiti di decenza, di buon costume, di umanità. Perché quì si parla di questo, di un’umanità mancata. Di una forma genitoriale che, pare, non ci sia stata, perchè se cresci i tuoi figli con affetto, amore, dedizione al lavoro, alla vita, al sociale, tuo figlio sarà un uomo, da grande, o una donna, nel caso contrario.
Quì non c’è nulla. Anzi peggio. Quì c’è stato tutto.
Cattiveria, meschinità, disgusto, ribrezzo, sdegno, malumore, violenza e tanto, tanto, troppo altro.

Oggi ho voglia di rimanere in silenzio, difatti scrivo e non rispondo alle chiamate. Ho annullato gli appuntamenti di lavoro, riprenderò domani o forse dopodomani. 
La mia quotidianità si è fermata, si è fermata come quella di Noemi. Perché non doveva accadere. Perché non deve più succedere. Perché. Perché. Perché è veramente troppo.

EM

 

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11 Settembre

Io, quel pomeriggio, lo ricordo benissimo. 
E sono certa che anche ognuno di voi, ricorda, dov’era.

Avevamo pranzato da poco tempo, mi trovavo a casa di mia nonna Anita, mia madre lavorava, come sempre, e stavamo guardando la televisione mentre concludevamo le ultime faccende in cucina.
E poi, è successo. 
La televisione ha cominciato a parlare troppo forte, le immagini non lasciavano spazio a grandi interpretazioni personali e mia nonna continuava a dire “Ginu, Ginu, hai vistu?”. Eh sì, mio nonno, fermo, con i suoi segni sul viso, ha alzato il volume, come se non si sentisse o non si capisse abbastanza, il dramma che accadeva dall’altra parte del mondo.
Un dramma, poi, che sarebbe costato tantissime vittime. Un dramma, poi, che toccò ognuno di noi. Un dramma, poi, che ha lasciato segni e ricordi impressi nella nostra mente.

Io, di quel pomeriggio, ricordo la paura. Ricordo il volume alto. Ricordo mia nonna Anita che guardava me e poi guardava mio nonno. E poi guardava me. E poi, nuovamente, guardava quel televisore, quel televisore piccolo, profondo, pesante, poggiato in un piccolo angolo di quella cucina in Salento.

Da quel 11 Settembre 2001 son cambiate tante cose. 
Son cambiate le persone, le concezioni, le interpretazioni, le visioni della vita, della realtà, del mondo.
Da quel 11 Settembre 2001 son cambiate veramente tante cose. Per esempio, mio nonno Gino non c’è più, mia nonna Anita non ha più memoria di me e io, invece, che di memoria, ne ho fin troppa a volte vorrei non averne.

Un bacio verso il cielo. Un bacio verso ciò che non c’è più ma che comunque vive e fluttua ancora nell’aria.

EM

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Sprovvista di pazienza ma non di me stessa

Sono nata sprovvista di pazienza. Non ne ho mai tenuta tanta o comunque in maniera significativa.

Ho imparato, però, ad ATTENDERE. E questa- indirettamente- è una di quelle azioni che ti invita a pazientare, a prescindere se ne sei portato o meno.

Ho imparato ad attendere tante cose. 
Ho imparato ad attendere tanti viaggi, tanti corsi, tanti incontri.
Le persone, però, quelle, non ho mai imparato ad attenderle, perché in fondo nessuno dovrebbe attendere- o aspettare- nessun altro.

Contrariamente ho imparato ad attendere me stessa. 
Ed è un’attesa piacevole, nonostante le cadute e le ginocchia sbucciate. Un’attesa che ti porta irrimediabilmente a riflettere sul tuo percorso, sui tuoi passi, sulla tua esistenza, sulla tua funzione sociale, amichevole e così via. 
Un’attesa che, come direbbe mia madre, n’è valsa l’attesa stessa.

Ho imparato, però, una cosa non da poco.
Ho imparato che se attendi, quel che basta ovviamente, con il sorriso, se rimani sospeso con le labbra sollevate, l’attesa risulta esser dolce, gradevole, necessaria e la fatica non si farà sentire neanche sulle ginocchia.

E questo m’ha dato un altro, nuovo, inaspettato risultato. Quelle volte che- per qualche oscura ragione- ho atteso ‘gli altri’, ‘le persone’, ‘gente’, questi ultimi si son automaticamente eliminati, col tempo, dalla mia vita. 
E quì, è il caso di dirlo, l’attesa non ne è valsa la pena. 
Quindi amiche mie e amici cari questo è il post in cui vi dico che le attese giuste sono quelle rivolte a noi. 
Solo ed esclusivamente a Noi.

EM

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Mio Padre e la bambina

Mio padre è morto in una mattina qualsiasi di Settembre del 1997. Io avrei compiuto 5 anni quel Natale distante solo pochi mesi.

Ricordo poco e niente di quel periodo. Mia madre e la mia famiglia furono bravissimi: non ho visto nulla, sentito, percepito. Mia madre mi sussurrò dicendomi “Papà è con gli angeli” ed io a 4 anni e mezzo ci avevo creduto.

Poi qualche giorno dopo, una compagna della scuola materna, mi disse che mio padre era morto. 
E io non ci credetti subito, ovviamente.
Ma me ne resi conto con gli anni.
Gli anni a venire, poi, durante il giorno della Festa del Papà, ho sempre acquistato un palloncino da far volare in cielo insieme mia madre, lei- che a queste cose-c’ha sempre tenuto.

Poi con gli anni son cresciuta ed ho praticamente smesso di cercarlo tra le nuvole, di mandare palloncini e di recarmi al cimitero- faccenda che ho ripreso a fare dopo qualche anno, altrove- .

Oggi, vicino casa mia quì a Roma, è morto il padre di una bambina di 5 anni, l’ho vista andare via- lei- dalla casa dei suoi genitori con una zia giovane. Ci siamo guardate, ci siamo capite e ho ringraziato ancora una volta me stessa per aver messo gli occhiali da sole grandi, perché piangevo.

Piangevo per quella bambina. Ho pianto perché in lei, ho rivisto me. E, badate bene, ho avuto un’infanzia con i fiocchi, allo stesso modo. Ho una madre che ha ricoperto dieci altri ruoli. Però, per la prima volta, incrociando lo sguardo della zia ho anche capito quanto sarà difficile gestire l’avvenire loro e di quella piccola creatura. 
Quella creatura che, tanti anni fa, potevo esser io. O una qualsiasi di voi.
Ed ho pensato, ancora una volta, ai dolori della vita. A quei dolori che ti colpiscono all’improvviso e ti lasciano un segno indelebile, senza chiederti il permesso. E ho dedotto ancora una volta che per le ‘cicatrici vive’ non esiste antidoto. E ci si deve abituare. Purtroppo. 
E Per il resto, continuerò ad usare gli occhiali da sole.

EM

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Le Scelte| Le visioni

Il punto è che se riuscissimo a trasformare sempre le ‘difficoltà’ in ‘opportunità’, sarebbe tutto più facile. 
Io ho imparato a farlo. Ora vi spiego come ho fatto. 
O meglio ‘come non ho più fatto’.
Non sono sempre stata così. Intendo, non sono sempre stata così sicura di me, delle mie mosse, delle mie scelte, dei miei pensieri. C’è stato- sicuramente- un tempo in cui dubbi, perplessità e quesiti negativi mi tormentavano. Poi un giorno ho smesso. 
Forse ho cambiato anche il clima, il posto, le persone. Ma ho assunto una nuova posizione.
Ho applicato una variazione della visione della vita.
Ho capito, un giorno, che le difficoltà della vita sono opportunità per vivere, superarsi, provare, cadere, forse farsi male ma comunque alzarsi.

Ed è questo il punto: (RI)ALZARSI.


No, non è una banalità. Pensate un attimo alla bellezza dell’altezza. Alla bellezza di tutte quelle scale da salire. Alla bellezza del panorama quando arriverete in cima con il dolore nelle gambe ma con il cuore pieno. Pieno di voi. Pieno delle vostre scelte. Pieno delle vostre opportunità.
Ecco cosa vuol dire trasformare o vedere le difficoltà come opportunità. L’opportunità di capire SIN DA SUBITO che il panorama vale quelle scale. E anche se non le dovesse valere, avete comunque scelto voi. Ed è la cosa migliore al mondo.


Le scelte. Mie. Vostre. Non loro.


EM

 

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Nuova Stagione a Radio Godot

Facebook mi ricorda che esattamente un anno fa iniziava la mia esperienza in radio. No, non a Radio Godot. Altrove.
 
Io, invece, oggi voglio ricordare- non a Facebook- ma a tutti gli altri che Stazione Letteraria, la rubrica letteraria per Radio Godot sarà nuovamente ON AIR da mercoledì 13 Settembre dalle ore 17. Sì, ci sarà la mia faccia di .. 🙂 e ovviamente la mia costola Maurizio Costa che, povero, questo anno mi sopporterà in radio non più per 50 minuti bensì 90, e per questo, ringrazio per la fiducia- pubblicamente- l’editore Enzo Cagnetti. Sarà presente anche la mia fotografa ufficiale Federica Feddie Girardi e i meravigliosi abiti che indosserò saranno ovviamente di OUTFITFABIANA (che vi invito a visitare, nel cuore di Roma). Non saremo soli, spesso e volentieri, ci sarà anche la bravissima fotografa salentina Nathalie Ria che seguirà tutte le mie- nostre- trasferte lavorative.
 
P.S.
Sì, sono tornata a Roma, dopo cinque settimane di assenza, più carica di prima. Più carica di ieri.
 
EM

LE PROSSIME DATE? Ilblogdieleonoramarsella@gmail.com

 

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