Sprovvista di pazienza ma non di me stessa

Sono nata sprovvista di pazienza. Non ne ho mai tenuta tanta o comunque in maniera significativa.

Ho imparato, però, ad ATTENDERE. E questa- indirettamente- è una di quelle azioni che ti invita a pazientare, a prescindere se ne sei portato o meno.

Ho imparato ad attendere tante cose. 
Ho imparato ad attendere tanti viaggi, tanti corsi, tanti incontri.
Le persone, però, quelle, non ho mai imparato ad attenderle, perché in fondo nessuno dovrebbe attendere- o aspettare- nessun altro.

Contrariamente ho imparato ad attendere me stessa. 
Ed è un’attesa piacevole, nonostante le cadute e le ginocchia sbucciate. Un’attesa che ti porta irrimediabilmente a riflettere sul tuo percorso, sui tuoi passi, sulla tua esistenza, sulla tua funzione sociale, amichevole e così via. 
Un’attesa che, come direbbe mia madre, n’è valsa l’attesa stessa.

Ho imparato, però, una cosa non da poco.
Ho imparato che se attendi, quel che basta ovviamente, con il sorriso, se rimani sospeso con le labbra sollevate, l’attesa risulta esser dolce, gradevole, necessaria e la fatica non si farà sentire neanche sulle ginocchia.

E questo m’ha dato un altro, nuovo, inaspettato risultato. Quelle volte che- per qualche oscura ragione- ho atteso ‘gli altri’, ‘le persone’, ‘gente’, questi ultimi si son automaticamente eliminati, col tempo, dalla mia vita. 
E quì, è il caso di dirlo, l’attesa non ne è valsa la pena. 
Quindi amiche mie e amici cari questo è il post in cui vi dico che le attese giuste sono quelle rivolte a noi. 
Solo ed esclusivamente a Noi.

EM

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Mio Padre e la bambina

Mio padre è morto in una mattina qualsiasi di Settembre del 1997. Io avrei compiuto 5 anni quel Natale distante solo pochi mesi.

Ricordo poco e niente di quel periodo. Mia madre e la mia famiglia furono bravissimi: non ho visto nulla, sentito, percepito. Mia madre mi sussurrò dicendomi “Papà è con gli angeli” ed io a 4 anni e mezzo ci avevo creduto.

Poi qualche giorno dopo, una compagna della scuola materna, mi disse che mio padre era morto. 
E io non ci credetti subito, ovviamente.
Ma me ne resi conto con gli anni.
Gli anni a venire, poi, durante il giorno della Festa del Papà, ho sempre acquistato un palloncino da far volare in cielo insieme mia madre, lei- che a queste cose-c’ha sempre tenuto.

Poi con gli anni son cresciuta ed ho praticamente smesso di cercarlo tra le nuvole, di mandare palloncini e di recarmi al cimitero- faccenda che ho ripreso a fare dopo qualche anno, altrove- .

Oggi, vicino casa mia quì a Roma, è morto il padre di una bambina di 5 anni, l’ho vista andare via- lei- dalla casa dei suoi genitori con una zia giovane. Ci siamo guardate, ci siamo capite e ho ringraziato ancora una volta me stessa per aver messo gli occhiali da sole grandi, perché piangevo.

Piangevo per quella bambina. Ho pianto perché in lei, ho rivisto me. E, badate bene, ho avuto un’infanzia con i fiocchi, allo stesso modo. Ho una madre che ha ricoperto dieci altri ruoli. Però, per la prima volta, incrociando lo sguardo della zia ho anche capito quanto sarà difficile gestire l’avvenire loro e di quella piccola creatura. 
Quella creatura che, tanti anni fa, potevo esser io. O una qualsiasi di voi.
Ed ho pensato, ancora una volta, ai dolori della vita. A quei dolori che ti colpiscono all’improvviso e ti lasciano un segno indelebile, senza chiederti il permesso. E ho dedotto ancora una volta che per le ‘cicatrici vive’ non esiste antidoto. E ci si deve abituare. Purtroppo. 
E Per il resto, continuerò ad usare gli occhiali da sole.

EM

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Le Scelte| Le visioni

Il punto è che se riuscissimo a trasformare sempre le ‘difficoltà’ in ‘opportunità’, sarebbe tutto più facile. 
Io ho imparato a farlo. Ora vi spiego come ho fatto. 
O meglio ‘come non ho più fatto’.
Non sono sempre stata così. Intendo, non sono sempre stata così sicura di me, delle mie mosse, delle mie scelte, dei miei pensieri. C’è stato- sicuramente- un tempo in cui dubbi, perplessità e quesiti negativi mi tormentavano. Poi un giorno ho smesso. 
Forse ho cambiato anche il clima, il posto, le persone. Ma ho assunto una nuova posizione.
Ho applicato una variazione della visione della vita.
Ho capito, un giorno, che le difficoltà della vita sono opportunità per vivere, superarsi, provare, cadere, forse farsi male ma comunque alzarsi.

Ed è questo il punto: (RI)ALZARSI.


No, non è una banalità. Pensate un attimo alla bellezza dell’altezza. Alla bellezza di tutte quelle scale da salire. Alla bellezza del panorama quando arriverete in cima con il dolore nelle gambe ma con il cuore pieno. Pieno di voi. Pieno delle vostre scelte. Pieno delle vostre opportunità.
Ecco cosa vuol dire trasformare o vedere le difficoltà come opportunità. L’opportunità di capire SIN DA SUBITO che il panorama vale quelle scale. E anche se non le dovesse valere, avete comunque scelto voi. Ed è la cosa migliore al mondo.


Le scelte. Mie. Vostre. Non loro.


EM

 

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Nuova Stagione a Radio Godot

Facebook mi ricorda che esattamente un anno fa iniziava la mia esperienza in radio. No, non a Radio Godot. Altrove.
 
Io, invece, oggi voglio ricordare- non a Facebook- ma a tutti gli altri che Stazione Letteraria, la rubrica letteraria per Radio Godot sarà nuovamente ON AIR da mercoledì 13 Settembre dalle ore 17. Sì, ci sarà la mia faccia di .. 🙂 e ovviamente la mia costola Maurizio Costa che, povero, questo anno mi sopporterà in radio non più per 50 minuti bensì 90, e per questo, ringrazio per la fiducia- pubblicamente- l’editore Enzo Cagnetti. Sarà presente anche la mia fotografa ufficiale Federica Feddie Girardi e i meravigliosi abiti che indosserò saranno ovviamente di OUTFITFABIANA (che vi invito a visitare, nel cuore di Roma). Non saremo soli, spesso e volentieri, ci sarà anche la bravissima fotografa salentina Nathalie Ria che seguirà tutte le mie- nostre- trasferte lavorative.
 
P.S.
Sì, sono tornata a Roma, dopo cinque settimane di assenza, più carica di prima. Più carica di ieri.
 
EM

LE PROSSIME DATE? Ilblogdieleonoramarsella@gmail.com

 

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Praha, per me

…. Sono stata assente, lo so, ecco perché 🙂

 

 

Voglio parlarvi di Praga e di ciò che è stata per me.

Partiamo dalla base. 
Ho 24 anni e sono stata fidanzata, praticamente, una vita. (Sì, con la stessa persona). In quinto superiore, saremmo dovuti partire con tutta la classe a Praha, ma io e lui non partimmo e anche altri nostri amici stretti, della stessa classe, non partirono, per diverse ragioni. Ergo, Praha è sempre stata una di quelle città da visitare assolutamente, in futuro. (O almeno così dicevamo, a tempi, poi i tempi cambiano).

E io a Praha ci sono andata, da sola, però.
La vera svolta è questa.

Praha è stata per me una scoperta. Una scoperta pura. Una di quelle città che una volta che c’hai messo piede non vuoi più lasciarla. E non vuoi lasciarla per troppe ragioni: per l’architettura, per la bellezza, per le persone, per il cibo, la birra, il divertimento, i musei e sopratutto per ciò che rappresenta. O per ciò che rappresenta per me.

Praha per me è stata una rivincita personale. Non ci sono andata con lui e ci vado da sola, e sticazzi?
Ecco, questo è il post in cui incito tutte le donne, gli uomini, chiunque a partire, andare, viaggiare, scoprire, provare. Da soli. Sì, perché in realtà da soli non si è mai e comunque, anche se lo foste, sarebbe l’incontro più bello del mondo.

Durante i miei 9 giorni di permanenza, due ostelli, 50 persone conosciute (From Portogallo, Grecia, Bosnia, Russia e chi più ne ha più ne metta), ho scattato circa 500 foto. Eppure c’è una foto che è la più significativa di tutte: io e un simpatico trenino rosso.


Sì, perché i treni rappresentano le partenze, gli arrivi, le nuove destinazioni, il ritorno a casa, il ritorno alle origini o una semplice andata senza un ritorno. In questo caso il ritorno c’è stato, perché vi scrivo dal Salento ma è un ritornare a casa in maniera diversa. 

Tornare a casa con la consapevolezza di essere più forte, più forte di ieri, più forte rispetto 9 giorni fa, più forte rispetto quando lui ha deciso di interrompere la relazione senza comunicarmelo particolarmente. Più forte. A prescindere.

 

Ecco, la vera forza è questa, la mia forza è questa.
Salgo sul treno quando lo decido io, non quando lo fanno gli altri. E noi donne siamo così: la forza interna che ci caratterizza è rappresentativa per un’intera esistenza.

Perché a me, i treni altrui, non interessano. Posso farmela a piedi. O posso decidere io, quando, dove, perché salire e sopratutto con chi. E non scelgo a caso, come se mettessi la mano dentro un cilindro. Scelgo con giudizio. Scelgo con me. Scelgo per il meglio.

Ed ognuno di noi dovrebbe farlo: scegliere l’eccellenza per se stessi. E la mia eccellenza è la mia persona d’oggi. E la felicità che Praha m’ha regalato. La felicità che nessuno altro avrebbe potuto darmi. Perché la felicità è una condizione personale, vitale, non riconducibile a terzi.

EM

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Il tempo rivela sempre ciò che siamo

Quando mi sono trasferita a Roma avevo 21 anni, per i 22 mancava qualche mese.

Quando ho deciso di trasferirmi a Roma ero spinta da diverse forze esterne, forze che m’hanno poi convinta a cambiare vita. E l’ho fatto. E mai me ne sono pentita.

Non me ne sono pentita neanche quando, questa mia decisione DI VITA, ha messo in discussione la mia relazione ‘d’amore’ che durava da tanti anni. Anni diversi. Anni in cui io ero al paesello ed era tutto bello, anzi carino.

Anni in cui ogni tanto immaginavi una famiglia, una casetta, dei cani e un orto.

Poi cresci e l’orto te lo vuoi fare da sola, per la casa pensi di non aver problemi, lavoro e metto i soldi da parte, che me frega? Per il resto poi non è necessario aggiungere altro.

Sono cresciuta con una determinata mentalità, mia madre m’ha cresciuta con determinazione, da lei ho appreso le basi per la vita, le basi per il mondo del lavoro, le basi per affrontare la quotidianità.

Non ho mai vacillato e le rare volte che non sapevo da che lato guardare, quello di mia madre è sempre stato quello giusto, perché è il mio esempio di vita.

 

Le mie coetanee, su Facebook, pubblicano foto di figli avuti nel frattempo, di matrimoni, di vacanze insieme mentre io progetto i miei prossimi eventi culturali a Roma, i miei prossimi viaggi di lavoro a Luglio, la mia prossima vacanza in solitaria ad Agosto. Tutto questo, per me, è bello. Tutto questo per me è normale. Tutto questo per me è sacrificio. Come del resto sono sacrifici anche quelli altrui ma io parlo solo di ciò che conosco.

 

I sacrifici sono stati la parola d’ordine della mia vita, della mia esistenza, del mio percorso.

Quante volte avrò imprecato perché di notte fonda ero davanti al mio MacBook per terminare qualche progetto mentre i miei coetanei erano ad ubriacarsi con aperol spritz da 2 euro.

Quante volte avrò sbuffato davanti a qualche esame, qualche impegno massiccio.

Quante volte ho sentito dire da mia madre ‘Stringi i denti oggi perché sorriderai e ti godrai il domani’.

Quante volte mi sono guardata nel mio piccolo specchio di Roma e tante altre volte ancora mi son chiesta se è questa la vita che voglio. E, vi svelo, nonostante tutto, nonostante i sacrifici, nonostante le perdite, la risposta è sempre stata sì.

 

Questo pensiero domenicale lo dedico a tutte quelle donne che, come me, hanno lasciato la propria terra natia per rincorrere e realizzare qualcosa per la propria vita, per la propria esistenza, per la propria persona.

Qualcosa più grande di loro ma che alla fine farà grande la loro esperienza.

 

Il tempo non ci cambia, rivela solo ciò che siamo, chi siamo, ciò per cui siamo nati.

 

Io non sono mai stata come gli altri. Non mi sono mai inserita in nessuna categoria, volutamente e indirettamente. Ho sempre avuto sogni grandi, ho sempre avuto ambizioni alte e le persone che ho perso, col tempo, è perché il tempo, ancora una volta, ha rivelato la loro vera esistenza e del resto ciò che sei realmente, esce sempre fuori. Prima o poi.

Dedico questo pensiero a tutte coloro che si mettono in gioco, a carte scoperte e col viso sorridente perché è il sorriso l’arma più forte.

 

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