Con il #Malleolorotto son ritornata a chiedere..

Quando mi son rotta il malleolo, il 28 Ottobre verso le 17, non avevo ben capito la gravità della questione.

Son caduta in un parco di Roma, nella mia zona preferita, l’Eur, mentre ero con Federica, la fotografa del Blog, si parlava di lavoro, relazioni e poi puff, son caduta. Le foglie custodivano una buca con dell’asfalto crepato e il mio piede è andato a vuoto. Così è nata la mia frattura scomposta al malleolo esterno.

Così dopo ore e ore al pronto soccorso, dove tra l’altro non c’erano neanche sedie a rotelle per noi sfortunati, torno a casa a Roma con un bel gesso fino al ginocchio.

Il giorno dopo realizzo che l’unica cosa che posso far è cucinare, quindi vado in cucina e cucino da seduta.

Il giorno dopo però al controllo mi dicono che devo operarmi, effettuo la chiamata a casa, mia madre mi manderà qualcuno a prendermi, mi opererò giù in Salento e così accade poi, perché ad oggi vi scrivo dal mio divano di Maglie, sono stata operata martedì e ieri- come se non bastasse- ho effettuato la trasmissione radiofonica con l’immancabile Maurizio Costa. 

 

Torno a casa da mia madre a Maglie, torno ed è un viaggio non preventivato. Torno giù e annullo il mio viaggio di lavoro e amicizia a Milano, annullo un evento culturale di metà mese e mi annullo, per un paio di giorni, giorni in cui rifiuterò di aprire il mio immancabile MacBook.

 

Torno a casa e divento subito piccola.

Torno a casa e mia madre mi sistema le lenzuola, la mattina e la sera mi aiuta a lavarmi, mi chiama la parrucchiera, per sistemarmi i miei lunghi capelli, perché come dice lei “Ele, non li hai mai avuti così lunghi” e io sorrido, guardando i suoi corti capelli biondi.

In ospedale, dopo l’operazione, sto male, la mamma si spaventa e pensa subito a cosa poter fare. Tutto questo a Roma non sarebbe potuto succedere.

 

Melissa P. pettinava i suoi capelli con 100 colpi di spazzola. A me, 100 colpi non servono o forse non basterebbero perché in fondo non ho problemi ma pensieri, che a volte bucano il cuore ma mai la mia testa e mia madre, in ospedale, si divertiva a districare proprio quei nodi.

 

Il chirurgo m’ha detto “Eleonora decidi te quando abbandonare le stampelle e il tutore portalo sempre nei mesi a venire, anche e sopratutto quando ricomincerai a correre!”

“Dottore ma quando posso andar via a Roma?”

“Quando te la senti!”

 

E così torno a casa dopo l’operazione, le due notti a seguire non dormo e ieri, dopo aver fatto la trasmissione Maglie-Roma per #StazioneLetteraria, ricevo tantissimi sms di persone che si congratulano per la grinta, la tenacia dimostrata.

“Ele, il giorno dopo l’operazione sei già operativa, c’è dell’incredibile”!- mi scrivono

E sorrido, perché non c’è nulla di incredibile, è la normalità, la mia realtà dettata dalla mia voglia di lavorare sempre, perché amo i libri, le persone e non ne posso fare al meno.

 

E così dopo 12 giorni dalla vicenda penso e lavoro, e penso, penso e ripenso veramente tanto.

Non credo sia un caso la rottura del malleolo.

Forse è stato un modo come un altro per dirmi che dovevo rallentare, stavo facendo troppe cose, troppe cose insieme. Correvo, correvo sempre, non sprecavo mai tempo, nemmeno quando pranzavo. Anzi, ho un’immagine impressa di me, seduta, a consumare il pranzo mentre sulla destra con in mano una penna facevo la lista delle cose da fare dopo. Facevo troppe cose e adesso mi son arrestata. 

 

La parte destra del corpo è quella del cervello, la parte sinistra quella del cuore.

Mi si è fermata la parte della mente, dei ragionamenti, dei legami consequenziali.

Mi son fermata e adesso è la parte sinistra che comanda.

Quando cammino, metto avanti la sinistra, idem quando scendo dalla macchina anche se, in quest’ultima azione tendo sempre a mettere avanti il piede operato, ovvero il destro.

E avviene, secondo me, perché Io SONO il mio CERVELLO, perché fa parte di me, è ciò che ho sempre utilizzato di più, è ciò che mi vien più facile utilizzare.

Il cuore l’ho abbandonato negli ultimi tempi. E è avvenuto in maniera piuttosto spontanea. Si è creata una leggera patina arida sul mio cuore che, sono certa, prima o poi cadrà. Quando lo deciderò io.

 

Ed ecco cosa ho imparato, con una malleolo rotto non puoi:

 

  1. Lavarti da sola
  2. Stendere la lavatrice
  3. Guidare (ovviamente)
  4. Farti la doccia
  5. Vestirti in tempo record
  6. Andare e venire dal bagno quando meglio credi
  7. Portare il Macbook con te dalla camera alla cucina
  8. Prendere l’acqua, con in mano le stampelle e spostarti…

 

L’elenco potrebbe non finire mai, alla fine con questo malleolo rotto ho imparato a rallentare, perché non ho altre alternative.

E son ritornata  a casa, con mia madre che mi lava, mi pettina, mi rimbocca le lenzuola, mi accompagna in giardino, mi infila il calzettone, mi prende le medicine….

Son ritornata a chiedere, cosa che avevo dimenticato, cosa che avevo abbandonato…

Son ritornata.. da mia madre.

 

 

Questa foto è di oggi, due giorni dopo l’operazione.

Perchè con le cure della propria famiglia, si guarisce prima.

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Caro Direttore, le guance son finite..

Quando frequentavo il terzo, quarto e quinto anno delle scuole superiori, avevo un rituale che si svolgeva ogni mattino: mettevo fuori il mio mitico kymko dal garage, andavo in edicola a comprare un qualsiasi quotidiano e mi dirigevo, poi, a scuola.
L’ho fatto per tre anni e l’ho fatto anche per gli altri due anni a venire, quando andavo a Lecce con il treno, per studiare all’università: motorino, quotidiano, stazione, università e ritorno. Poi son venuta a Roma e l’edicola è proprio sotto il mio portone di casa.
 
Ho sempre amato leggere, la carta, cambiare quotidiani giorno per giorno e assorbire vari tipi di scrittura e sopratutto sono avida nell’apprendere le varie tipologie interpretative degli articoli di cronaca.
 
Durante le scuole superiori e durante l’università mi capitava di comperare, anche, Il Giornale o Libero, al di là dell’idea politica. Non mi vergognavo di leggere quel giornale, quei giornali, a tempi. Adesso sì. Non lo acquisto più, Libero, per eccellenza penso abbia raggiunto confini mai visti prima.
Mi dispiace provare il sentimento di ‘ribrezzo’ verso un Direttore come Vittorio Feltri che, classe 1943, ne ha fatto di strada e di certo ha inciso nel mondo editoriale. Oggi, però, s’è raggiunto un confine esagerato, per l’ennesima volta negli ultimi tempi ho letto un titolo ignobile, non degno della figura professionale di noi giornalisti, ma sopratutto un titolo che incide, peggiora l’umanità, ricalcando ancora una volta una dicotomia sociale, professionale, mediatica dei nostri tempi.
Una dicotomia creata ad hoc.
 
Certo, bisogna portar pazienza, bisogna porgere l’altra guancia, cercare di giustificarlo, comprenderlo…. è pur vero che possediamo solo due guance molto intelligentemente, e mi verrebbe quasi da dire:
“Direttò, le guance son finite”!.

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Il limite di una persona creativa

Il limite di una persona creativa è dato dalla noia che, devo dire, sopraggiunge con estrema facilità.
Penso- credo- d’esser creativa, ho sempre tantissime nuove idee, ho sempre tanta energia da spendere ad ogni ora, sogno sempre ad occhi aperti e mai mi lascio trascinare giù.

Ogni tanto, non saprei dire ogni quanto tempo, m’annoio.
Cioè avviene in me una strana reazione: faccio quel che voglio, realizzo ciò che immagino e una volta concretizzato, m’annoio. Necessito immediatamente di qualcosa di nuovo, qualcosa di fresco, qualcosa di estremo- a tratti-, qualcosa, punto.

La ricerca del nuovo è una caccia che mi entusiasma, in realtà. Sono una donna estremamente curiosa, affamata dalla vita, annuso in ogni dove qualsiasi cosa, poi mi chiedo “Cosa vuoi da te?”. La risposta tra una corsa e un’altra sopraggiunge sempre, a suo tempo, a suo modo.

La verità è che mi annoia rallentare, decelerare, attendere. Anzi l’attesa non mi riguarda, la snobbo, la fiuto e la lascio perdere.

Mi annoia la normalità, le abitudini, la quotidianità scandita da ritmi precisi. Mi annoia “il lineare”.

In foto ci sono io, sotto gli occhi attenti di Federica Girardi Photography che, gentilmente, mi diceva “Ele, poggiati un attimo”, ed io… che come sempre, le dicevo “Perché devo sedermi”?

EM

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C’è sempre una via d’uscita

La verità è che c’è sempre una via d’uscita, anche quando non la vediamo.

Eppure è lì, è sempre stata lì e non è mai stata notata. O forse notata sì ma non contemplata, che è praticamente peggio.
Perché anche per la contemplazione- di qualcosa- ci vuole tempo. Ci vogliono i giusti elementi, i giusti presupposti, le prove, le controprove, le conclusioni. 
Ecco, dopo le conclusioni- preliminari- arriva la contemplazione. Ovvero il prendere in considerazione quella determinata via d’uscita che, ovviamente, non avevi mai e poi mai immaginato.

.. Che poi, noi donne, tante cose le sappiamo. A volte, però, ci concediamo quel beneficio del dubbio. Come dire “No, aspetta, rallenta, magari hai visto male, magari hai percepito male, magari sei tu”. Ed è la cosa più sbagliata, affermare il “Magari sei tu”. Perché non è così ma esattamente al contrario: è l’altro che non è per fatto per noi, non noi che non siamo fatte per lui. Che è, espressamente e concretamente, diverso.

EM

 

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Eleonora Marsella. Tre anni dopo

** Quando un fermo immagine può dire tanto e forse di più **
 
Oggi è il mio anniversario, il mio anniversario personale, no, non sono come quella tipa che si è sposata con se stessa, con matrimonio, ristorante e annessi.
Il mio anniversario, questo matrimonio con e per me stessa, io lo celebro ogni giorno.
 
Tre anni fa mi trasferivo a Roma.
I palazzi sembravano troppo alti, grandi, esagerati. Le strade troppo larghe. Le persone troppo distaccate. Erano tutto troppo, in senso negativo.
 
Tre anni dopo, vivo a Roma.
I palazzi son alti, grandi e mai esagerati. Le strade larghe ospitano un’infinità di veicoli, mezzi, persone. Ah e le persone- i romani- sono calorosi quanto noi terroni, se non di più, a volte ma mai invasivi.
 
Questa foto rappresenta Eleonora, il 28 Settembre 2017 alle 10 di un mattino qualsiasi- per altri- ma non per me.
Io, che guardo i palazzi.
Io, che guardo il cielo.
Io, che sogno, realizzo e proseguo.
 
Ma no, questo non è avvenuto da un giorno all’altro.
Questo rappresenta un percorso interiore e esteriore.
 
Questo è avvenuto perché tre anni fa, la Donatella Montagna m’ha permesso di studiare a Roma, per la mia laurea magistrale prima e per un master in comunicazione digitale, poi.
 
Mia madre è una persona immensa, prima di Pasqua mi venne a trovare in capitale. Sedute in un ristorante in centro a Roma, io, lei e Africa parlavamo di progetti, della fine degli studi, del mio lavoro da giornalista e le avanzai, ricordo ancora, l’idea di aver una macchina a Roma, perché dopo tre anni le esigenze cambiano e i bisogni diventano altri, il Team si è allargato e io sono spesso in giro per l’Italia per lavoro.
 
Due mesi dopo mia madre mi mandò la mia macchina, da Maglie a Roma. Lei- con diversi sacrifici e non pochi- si comprò un’altra macchina, un’utilitaria, come diremmo noi, per andar e venire dal lavoro.
E questa è mia madre, che, con gli anni m’ha insegnato l’importanza del sacrificio, del lavoro, della pazienza.
 
Quando mi mandò la macchina, in automatico, interrompemmo anche il bonifico mensile che permetteva a me, i miei studi e il resto delle mie cose di campare GRAZIE al lavoro di mia madre, quì a Roma.
Io, lavoro già da tempo, e questo non è un segreto e mai lo è stato, certo, le cose cambiano poi, perché il lavoro aumenta e io posso fare tutto- o quasi- da sola.
 
Così, indirettamente e non volendolo – forse- m’ha fatto responsabilizzare ancor di più e questo suo senso d’amore verso la vita e il lavoro non può che portare me ad essere la persona che sono oggi, GRAZIE a lei. <3
 
E le cose vanno così, le cose sono così…
Io, Africa, Roma, l’amore per mia madre, TRE ANNI DOPO.
 
EM

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Tutte le Donne meritano un Uomo

Tutte le Donne meritano un Uomo.
Ma non un Uomo qualsiasi. Un Uomo che ricordi loro, la bellezza, la loro unicità, le loro caratteristiche, i loro meravigliosi difetti.

Tutte le Donne meritano un Uomo.
Ma non un Uomo qualsiasi. Un Uomo che le ami, le adori, le celebri, le apprezzi, le stimi.

Tutte le Donne meritano un Uomo.
Ma non un Uomo qualsiasi. Un Uomo vero, sincero, essenziale, effettivo, non estetico, o per lo meno, non esageratamente estetico.

Tutte le Donne meritano un Uomo.
Ma non un Uomo qualsiasi. Ma l’Uomo. Scelto. Selezionato. Riconosciuto. Riconosciuto tra la folla, riconosciuto tra milioni e milioni di persone. Quell’Uomo che sa come farti stare bene, quell’Uomo che sa ciò che è giusto per te. Quell’Uomo che CONOSCE i tuoi gusti e risponde- come può- alle tue esigenze.

Non lo so perché ma ho un istinto infallibile per la puzza di bruciato.
Riconosco subito una donna infelice, insoddisfatta, incosciente- a volte- di ciò che le accade intorno.

Perché se il ‘tuo uomo’ non ti stima.
Perché se il ‘tuo uomo’ non ti accarezza.
Perché se il ‘tuo uomo’ non ti osserva.
Perché se il ‘tuo uomo’ non pratica la dolcezza.
Perché se il ‘tuo uomo’ non ti dona le sue migliori attenzioni.
Perché se il ‘tuo uomo’ non conosce il tuo sguardo.
Perché se il ‘tuo uomo’ ti alza un dito.
Perché se il ‘tuo uomo’ ti maltratta.
Perché se il ‘tuo uomo’ ti colpisce.
Perché se il ‘tuo uomo’ non pratica la gentilezza con te.
Perché se il ‘tuo uomo’ non ti considera in mezzo la folla.
Perché se il ‘tuo uomo’ preferisce la gente varia.
Perché se il ‘tuo uomo’ si dimentica dell’essenzialità.
Perché se il ‘tuo uomo’ non ti sorprende.
Perché se il ‘tuo uomo’ non ti arricchisce.
Perché se il ‘tuo uomo’ non ti rispetta.
Perché se il ‘tuo uomo’ ti tocca COME NON DOVREBBE…

Ecco, se accade tutto questo, e molto, molto di più, vuol dire che NON è UN UOMO, anzi è un ominicchio, ‘nu menzu masculu’- come direi io in salentino-, quindi non può essere definito UOMO.

Bene, amiche mie, lettrici, confidenti, curiose o semplicemente anche se vi trovate su questa pagina di passaggio, se avviene ANCHE UNA MINIMA COSA di ciò che ho elencato sopra, SCAPPATE. Scappate da lui. Scappate da ciò che c’è, da ciò che è nato malato, da ciò che non dovrebbe esistere. SCAPPATE.

Guardatevi allo specchio, Amiche Mie. RICONOSCETE il vostro sorriso, la vostra serenità, la vostra spensieratezza? Se la risposta è NO, PARLATENE con qualcuno. Parlatene. Se non potete farlo- per qualche oscuro motivo- almeno, cercate di comunicarlo con gli occhi. Perché gli occhi sono lo specchio dell’anima e una donna INFELICE si può riconoscere subito. Basta solo OSSERVARLA per un attimo.

Fermiamoci. Fermiamoci tutte. E FERMIAMOLI, sopratutto.

 

EM

P.s.
Commenti, segnalazioni, condivisioni sono ben accetti.
Scrivetemi, e continuate a farlo, io vi ascolterò sempre e vi aiuterò, laddove possibile. Ovvero SEMPRE.

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